GIACOMO BRUNO DI DANIEL

SETTE MESI
CON LA
“PASUBIO”

“dietro le nostre ruote
ribollì un fiume di zolle
a segnare il sentiero
della guerra”


1941-1942

a memoria
dei Fanti Caduti


PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL 25/12/1994

Raccogliendo questo diario ad uso dei miei figli e di qualche amico, ho rivissuto i sette mesi di gioventù trascorsi col Corpo di Spedizione Italiano in Russia mezzo secolo fa. Il diario consiste nella verifica di frettolosi appunti raccolti quasi ogni sera su fogli di quaderno, integrata da ricordi e da episodi riferiti per lettera a mio padre. La descrizione dei fatti, del modo di pensare e la stessa terminologia sono state rispettate con la massima fedeltà. I frammenti di motivi popolari del ‘41-’42, sono tratti da canzoni originali russe raccolte da me e conservate in un volumetto realizzato con amore da Esther e Giorgio Facchi. Le foto, meno quelle personali che si trovano alle pagine 3, 87 e 90 sono state prese da: “LA CAMPAGNA di RUSSIA ”1941-1943" di Aldo Valori, Grafica Nazionale, Roma, 1950, “LA BATTAGLIA di NATALE”, 1941, di Benigno Crespi, Longanesi, Milano, 1965, e da cartoline ricevute allora. Mi corre l'obbligo di ringraziare Ruggero Michieli, Vitale Mattiuzzo e Guido Facchin per l'affettuosa collaborazione.

Maserada sul Piave (Treviso), 25/12/1994 ..............................................................................Giacomo Bruno Di Daniel



PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL 24/10/2007

Sono passati gli anni, ma la testimonianza di questo diario di mio padre resta sempre per noi figli una sorpresa. Ce lo leggeva quando eravamo piccoli, e noi sentivamo queste storie che ci sembravano delle fiabe di un mondo lontano. Invece era realtà, e neanche tanto lontana nel tempo. Da queste pagine si può ben percepire il carattere di mio padre, sempre dedito agli altri, sempre ottimista e speranzoso, sempre allegro ed ironico anche nei momenti più difficili, sempre intraprendente ma attento al rischio. Si percepisce anche l’odore della guerra, anche se dalle retrovie del fronte, cosa che noi giovani non possiamo comprendere (per fortuna!). Nel giorno del suo 86° compleanno, a pranzo con il nostro amico Marino Coglievina (Classe 1920, Fante di Cherso (Pola), profugo dall’Istria e poi maestro elementare a Breda di Piave) con suo figlio Italo e la dolce moglie Francesca, abbiamo parlato di questo diario. Così c’è venuta l’idea di pubblicarlo sul bellissimo sito internet di Italo www.maserada.com. Pertanto ho recuperato nel vecchio computer di mio padre i files con il diario ed ho dato una veloce “ripassata” al testo, lavoro che ha riguardato più che altro la formattazione. Spero così di fare un regalo a mio padre per il suo 86° compleanno, ed un regalo a tutti quanti vorranno leggere le pagine di quest’avventura di uno studente di medicina ventenne inserito (con tanti altri suoi coetanei, spesso più sfortunati) in un gioco molto più grande di lui.

Maserada sul Piave (Treviso), 24/10/2007.............................................................................. Bruno Di Daniel


INTRODUZIONE STORICA

Come è noto, il 22/06/1941, scatta l’Operazione Barbarossa, frutto della “direttiva 21” emanata da Hitler il 18/12/1940. Alla “rapida campagna contro l’Unione Sovietica” si associano la Romania, l’Italia, la Slovacchia e l’Ungheria rispettivamente il 22, 23, 24, 27 giugno, mentre il 26 giugno la Finlandia riprende la lotta contro la Russia, sospesa il 12/03/1940 con la pace di Mosca. Oltre al Corpo di Spedizione Italiano, C.S.I.R. costituito dalle divisioni Pasubio, Torino e Celere, partecipano alla campagna di Russia a fianco della Germania, la “Divisione Azzurra” spagnola, un reparto di volontari francesi “Léon Blum” e un Corpo di Spedizione croato che fu l’ultimo ad arrendersi alla fine della guerra.
Prima fase (fino ad Agosto 1941): a Nord l’esercito tedesco sfonda le posizioni sovietiche tra i laghi Ilmen e Peipus; al Centro e a Sud, dopo l’annientamento di forti unità sovietiche nelle sacche di Bialystok (fino al 9 Luglio), di Orssa-Vitebsk (fino al 5 Agosto) e di Uman (1-7 Agosto), raggiunge la Desna e il Dnjeper. Le truppe finlandesi si spingono fino al lago Onega.
Seconda fase (fino a novembre 1941): In contrasto con i piani del suo Stato Maggiore, Hitler rimanda l’avanzata a Mosca, e il 21/08/1941 ordina a Sud la conquista del bacino industriale del Donez con gli Italiani e a Nord la congiunzione con i Finlandesi. Dopo la battaglia di Kiev (dal 21 Agosto al 27 settembre) nella quale sono state distrutte ingenti forze sovietiche, l’Esercito Tedesco occupa la Crimea, tranne Sebastopoli e assieme al Corpo di Spedizione Italiano, avanza fino al Donez. Il 2 ottobre riprendono le operazioni anche a Nord, e, dopo la doppia battaglia di Vjazma-Briansk (2-20 ottobre), i Tedeschi si spingono fino alle porte di Mosca.
Il 16 ottobre il Governo Sovietico si trasferisce a Kuybissev, ma Stalin rimane nella capitale. L’avanzata germanica si arresta l’8/12/1941 per il sopraggiungere dell’inverno e per il logoramento delle truppe. In pari data inizia un’orgogliosa offensiva sovietica, condotta dal Mar Baltico al Mar Nero, che costringe l’Esercito Germanico a ripiegare a nord dietro il Volhov nel dicembre del 1941, al centro sulla linea Oriol-Rssev nel gennaio del 1942, quando il fronte tedesco viene anche rotto nell’area Viazma-Smolensk-Vitebsk. Alcune Unità della Germania vengono accerchiate e distrutte tra il gennaio e l’aprile del 1942 presso Demjansk. A sud i Tedeschi perdono la penisola di Kerc’ nel dicembre del 1941 e, nella battaglia di Izyum del gennaio 1942, vengono respinti sulla destra del Donez da Izyum a Slawianka. Tra il gennaio e l’aprile del 1942, il fronte si stabilizza. Hitler, dopo l’ordine di “irrigidirsi in una resistenza fanatica” e dopo aver esonerato dall’incarico il Comandante Supremo delle Forze Armate Tedesche von Brauchitsch, fin dal 19/12/1941 aveva assunto personalmente il comando dell’Esercito.

Dal “NUOVO ATLANTE STORICO”, Garzanti, Milano, 1992

SETTE MESI CON LA PASUBIO



Passato dalla Scuola Militare di Aosta alla XI Compagnia di Sanità di Udine e da questa all’826° Ospedale da Campo della Divisione Pasubio già operante in Ucraina col Corpo di Spedizione Italiano C.S.I.R.

• Giovedì 03/07/1941, Aosta, Italia.
Un dispaccio ministeriale ha ordinato nei giorni scorsi che gli allievi ufficiali iscritti alla facoltà di medicina vengano messi a disposizione della Sanità Militare. Ciò è avvenuto oggi, a metà corso, appena avuti i gradi di sergente. Lascio con disappunto la Scuola di Aosta dove frequento il Corso Allievi Ufficiali degli Alpini dal primo di marzo, e raggiungo la XI Compagnia di Sanità di Udine.



• Venerdì 18/07/1941, Udine, Italia.

Ci viene offerta subito la possibilità di partire per uno dei fronti. Miro Pianca ed io, non senza entusiasmo, scegliamo il fronte russo, allo scopo di venir subito impiegati in uno degli ospedali da campo della Divisione Pasubio che ha lasciato l’Italia nei giorni scorsi.

• Martedì 22/07/1941, Udine, Italia.
Mentre mio padre viene a Udine per salutarmi, io vado a Vittorio Veneto ad abbracciare la mamma. Ci incontriamo al rientro.


• Mercoledì 23/07/1941, Udine, Italia.

Parto da Udine per Verona. Commosso addio a mio padre alla stazione di Conegliano.
Mi commuove il tramonto del sole mentre lascio Venezia.

• Venerdì 25/07/1941, Verona, Italia.
San Giacomo! Il caso vuole che parta nel giorno del mio onomastico! Dalle caserme del 79° Fanteria fino alla stazione di Verona. Il saluto ardente dei trentini alle soste. Con me e Miro viaggiano altri cinque sergenti volontari: Marco Adami di Roma, Pippo Biondo di Messina, Guido Rossi di Bologna, Miro Schivi di Ancona e Gigi Venier di Pordenone.

Un ragazzo di Napoli, che va in Russia con noi, canta sottovoce una tenera canzone:

“Finestrella ricamata
dalla luce delle stelle,
non s’affaccia la più bella delle belle!
Quante volte ti ha destata
un sussurro di mandole,
quante volte al primo sole
m’hai veduto ritornar
Finestra in fiore!”



• Mercoledì 30/07/1941, Botosani, Romania.

A mezzanotte passiamo il Brennero. Percorsa l’Austria toccando Salisburgo e Vienna, sostiamo a Budapest che ci presenta con cento violini una stupenda edizione di “Violino tzigano”. Con altre sei notti trascorse sulle dure banchine del treno, concludiamo il viaggio in ferrovia a Botosani, cittadina romena, dove dovrebbe trovarsi la nostra Divisione.
Ho usato quel po’ di tedesco che mi ha insegnato il prof. Fornasari di Vittorio Veneto, per accordarmi col camerata, che stava seduto di fronte a me, al fine di allungare le gambe oltre il reciproco limite. In caso contrario sarei arrivato a Botosani paralitico.
Domne agjùte! (Il Signore vi aiuti!) ci ripete augurando la gente romena.

• Venerdì 01/08/1941, Botosani, Romania.
Veniamo a conoscenza che l’Ospedale da Campo 826° si trova più innanzi, a Soceava. Arrangiandoci alla meglio, ci siamo sistemati tutti e sette nella paglia di un vagone, alla stazione di Botosani. Per tutta la notte abbiamo udito sfilare le macchine della nostra Divisione che si avvicinava al nemico. Partiamo finalmente alle 14 con un’autolettiga dove ci sentiamo troppo comodi, dopo i cinque mesi di naia alpina. Tocchiamo Tricesci e Stefanesci distrutte. Su un ponte di barche tedesco passiamo il fiume Prut ed entriamo in Bessarabia. A destra il ponte distrutto. Croci bianche dipinte a calce sulle pareti delle case: siamo cristiani!

• Sabato 02/08/1941, Ljedizni, Bessarabia.
Passiamo la notte a Ljedizni. Marco Adami ed io ci mettiamo a dormire all’aperto togliendo due barelle dall’autolettiga. La pioggia notturna ci costringe. a rientrare stretti coi soldati. Preoccupazione, impegno ed attenzione in queste prime notti vissute a casa degli altri. Stamane, durante una sosta, ho regalato una medaglietta della Fuci alla piccola Alessandra che ha voluto farmi conoscere suo nonno. A tutti i costi ho dovuto accettare dal vecchio una gallina. Anch’io gli ho dato di forza i pantaloni grigioverdi di riserva, considerato che ne aveva bisogno. Arduo è stato spiegare al vecchio cos’era la Fuci e chi ci mandava da quelle parti, se il Duce o il Papa, scolpiti nelle due facce della medaglietta di don Angelo, cappellano della Fuci di Vittorio Veneto; è stato molto più facile fargli capire che un solo paio di pantaloni mi sarebbero bastati certamente per la breve durata della presente guerra (blitz-krieg o guerra lampo). A questo punto ho dovuto prendermi un’altra gallina.

• Domenica 03/08/1941, Bjelzy, Bessarabia.
Siamo ad ovest di Bjelzy. E’ festa. Abbiamo assistito alla Messa celebrata dal Cappellano dell’Ospedale da Campo 825°. Vediamo passare un povero funerale indigeno: i parenti, dietro la cassa, portano cibi come le antiche genti. Ricordi di scuola. Frattanto veniamo a sapere che l’826° è certamente passato per la stessa strada. Spuntino con semi di girasole e cetrioli; più tardi, alcuni soldati romeni c’invitano al rancio e ci offrono anche delle sigarette. La sera un ufficiale medico dell’825° ci dà un gallo bello e cotto.

• Lunedì 04/08/1941, Bjelzy, Bessarabia.
Miro ha raggiunto ieri sera l’826°; noi sei, più alcuni soldati, abbiamo creduto opportuno passare ancora una notte nell’autolettiga. Al mattino troviamo le macchine del nostro ospedale. Passiamo Bjelzy rasa al suolo. Compagnie di civili russi, al comando di soldati tedeschi, spalano le strade fangose. Vediamo al lavoro l’Organizzazione Todt. Si vedono sparse qua e là macchine agricole rovinate che i russi in ritirata non hanno potuto portar via. Il grano, per gran copia falciato, attende sotto la pioggia la raccolta. Superata Bjelzy, si presentano davanti a noi immense piste aperte nella campagna; ogni tanto, distanziati di molto, attraversiamo dei villaggi. Carri armati finiti, giacciono silenziosi ai margini della pista. Quando la colonna aumenta di velocità, assume un carattere ondulante e vertiginoso da vere montagne russe. Ad ogni pozzo un’autofarmacia sterilizza le acque che presentano un colore di fango, sommando in tal modo il gusto sgradevole del cloro; voglio appena ricordare l’acqua del mio paese e dei ruscelli alpini.
Plenilunio: nella splendida sera osserviamo colonne di fari scendere la valle del Dnjester. Attraversiamo la bella città di Sorochi. Accovacciati sulle macchine, in attesa di passare il fiume, cantiamo sottovoce le nostre canzoni mentre gente attonita commenta il tutto in religioso silenzio. Alle 23, ora di Miro, superato il fiume Dnjester su un ponte di barche, ci troviamo a Jampol in Ucraina. Miro Pianca ed io dormiamo in una scuola su due specie di divani: a terra, per le stanze, ammassi caotici di libri, di carte e di vetri rotti. Tra i libri si nota, foderata di rosso, l’Opera omnia di Lenin. Sonno disturbato dai topi.

• Martedì 05/08/1941, Jampol, Ucraina.
Le pareti sono ricamate da colpi d’arma da fuoco. Osserviamo intatta una vetrina con una bella raccolta di zanzare. La mattina visito con Miro la biblioteca di Jampol e alcune case vicine, nelle stesse condizioni della scuola.
Vede che bella cosa è la guerra! Mi dice una maestra in francese! Come se fosse colpa mia! Imparo le prime parole russe da tre vecchi ancora barricati tra le macerie di una delle case: “vadà, miélo, palacénze”: acqua, sapone, asciugamano. Saliamo su di un camion dell’Ospedale e partiamo. Alla prima sosta ci presentiamo al sig. Capitano medico dott. Scrosoppi, di Udine, comandante dell’826°. Ieri a Jampol, il tenente medico Bruno Dall’Acqua, pure di Udine, mi aveva chiesto di lavorare con lui. Miro voleva andar a caccia di gatti stasera ma son riuscito a convincerlo che è preferibile lasciarli vivere per far fuori i topi.

• Giovedì 07/08/1941, Jampol, Ucraina.
Sveglia all’una: Marco Adami, visitato dal ten. Dall’Acqua, viene ricoverato all’825° per appendicite. Partiamo alle tre dai dintorni di Jampol.
Mentre mi appresto a salire sul camion, una donna si avvicina e mi dà delle uova: mio figlio è carrista, ti assomiglia. Un abbraccio. La sera ci fermiamo a Cjarnamin.

• Venerdì 08/08/1941, Cjarnamin, Ucraina.
Alla partenza, una ragazzina mi cerca e mi offre una borraccia russa colma di zucchero: mi manda la mamma, dice, e piange.
Noto le prime camionette con la croce rossa che portano feriti agli ospedali in funzione. Attraversiamo Balta semi distrutta. Col buio, nonostante il divieto, Miro ed io, anziché raggrinzirci nel camion, andiamo a dormire in un’isba abbandonata, non lontana, ricca di paglia. Che felicità! Sembra una baita delle nostre montagne.

• Sabato 09/08/1941, Balta, Ucraina.
Rilassante dormita! Al risveglio però, ci rendiamo conto che l’ospedale è già partito. Con le coperte in groppa, ci siamo avviati a piedi verso il sole per riagganciare il reparto, accolti più tardi da una carretta romena e in seguito da un’auto-rifornimento della contraerea italiana. Approfittiamo così dell’abbondanza di sigarette e di pane che ci viene offerto. Superato Sawran continuiamo poi il nostro viaggio di ricerca ancora a piedi, ma presto ci rendiamo conto di essere corsi troppo avanti.
Incontriamo infatti una pattuglia fortunatamente tedesca: il fiume che vedete davanti a voi si chiama Bug; e ci chiedono se intendiamo passarlo per primi: no, grazie. Ci prende il pensiero della notte e più ancora la preoccupazione di aver disobbedito. Ripieghiamo fino al villaggio di Sawran dove un gruppo motorizzato d’artiglieria romeno, che si schierava nei pressi del fiume, ci avrebbe potuto ospitare.

• Domenica 10/08/1941, Sawran, Ucraina.
Sembrano buona povera gente questi romeni, ma sono improvvisamente violenti, almeno tra loro: assistiamo ad un serio litigio, a coltellate. Poiché l’ospedale non si vede, Miro ed io preferiamo passare la notte in una macchina russa abbandonata ai lati della pista, piuttosto che assistere ancora a duelli rusticani. Una colonna alleata sta avanzando, e noi, cullati dal rombo dei motori ed abbagliati dai fari, ci siamo addormentati. Alle tre del mattino, il rumore delle macchine cessa improvvisamente. Ci svegliamo in tempo per veder scendere lentamente dal cielo centinaia di razzi che illuminano sempre più da vicino la colonna. Mettiamo l’elmetto e ci spostiamo rapidamente, correndo verso un bosco di roveri e buttandoci a terra allo scoppio della prima bomba. Ricordo sottovoce a Miro i versi del “X Agosto” di Pascoli. Lui mi manda in malora. Una giovane madre con un lattante al seno sta sdraiata vicina noi piena di terrore. Attorno, ufficiali e soldati italiani e tedeschi. Cadono in due riprese tredici bombe. Non abbiamo più dormito dopo il battesimo del fuoco. A colazione granturco abbrustolito e latte, in un’isba non lontana, mentre qualcuno si impadronisce delle nostre coperte lasciate in macchina. Un camion della Posta germanica ci raccoglie e da questo abbiamo potuto inviare un messaggio radio al Comando di Divisione. Dopo pochi minuti peraltro, troviamo l’ospedale. Duro l’incontro col sig. Capitano Scrosoppi che aveva già passato una denuncia alla Pasubio. Nelle vaste pianure notiamo interi campi di grano bruciati. Le chiese sono intatte ma adibite a magazzini. Dormiamo al largo di un paese, in parte sotto le tende ed in parte sui camion con una luna stupenda. Davanti a noi, sul fiume Bug, continuo fragore di artiglierie e distinte raffiche di armi automatiche. Pensiamo all’impegno dei Fanti.

• Lunedì 11/08/1941, Fiume Bug, Ucraina.
Si dice che i russi sono in rotta. Passiamo in un villaggio dove la stazione ferroviaria arde per un incendio. Un lungo treno sovietico, composto di vagoni cisterna ancora colmi di benzina è fermo sui binari. Ai quadrivi delle piste, le macchine rifornitrici assicurano le scorte lasciando barili di nafta, di olio e di benzina attorno ad alberi, dove sono inchiodati con tavole segnaletiche i colori delle nostre Divisioni. Sciami di corvi vagano qua e là sulle carogne abbandonate. Ci viene distribuito il chinino ma, siccome qui non ci sono zanzare, non lo prendo perché mi fa solo fischiare le orecchie. Il sig. Capitano ci comunica, a mezzo del sergente Chiodo, sottufficiale in s.p.e. dell’826°, che il Comando di Divisione ha punito Miro e me con dieci giorni di camera per via della recente prodezza. Giustissimo! Miro è davvero una peste e io prendo tutto da lui. Continuando con l’attuale educazione, chissà che avanzo di galera sarò diventato appena avremo in mano la vittoria. Due stradoni disegnati dai carri armati fiancheggiano il corso della colonna. Dormiamo sotto il camion, come al solito, pronti ad avanzare rapidamente domani per accogliere i primi nostri feriti, “e ci addormenta il rombo del cannon” come nella nota canzone.

• Martedì 12/08/1941, Fiume Bug, Ucraina.
Attraversiamo colline fortificate da fossi anticarro e da trincee; si parla di linea Stalin che sarebbe una roba come la Maginot. Miro, che è più grande di me e fa il quinto anno, non ne è tanto convinto dopo quel che si vede, sia pur superficialmente. Viene la sera, una di quelle sere nostalgiche che fanno pensare alla famiglia, alla casa. Ci prepariamo letti di spighe di grano; galline, uova e miele per cena. Aspettiamo nafta per avanzare. Un portaordini motociclista ci comunica che la Pasubio ha preso contatto col nemico sul fiume Bug, già visitato sabato con Miro in privato.


• Mercoledì 13/08/1941, Fiume Bug, Ucraina.
Il Comando di Divisione manda oggi ai volontari la Lupa di Roma dorata, emblema della Pasubio, da mettere sul taschino sinistro della giacca: ci sentiamo onorati.



Dopo una lunga corsa, ci godiamo un tramonto d’oro sul fiume Bug, dietro le prime linee: da quella parte c’è anche l’Italia! La notizia del nostro primo Caduto mi fa riflettere a lungo: si tratta di un bersagliere motociclista.

• Giovedì 14/08/1941, Fiume Bug, Ucraina.
Il primo contatto col nemico pare sia stato uno scontro con gli alleati in un campo di girasoli. Soliti errori. Ci troviamo a circa cento Km. a NNO di Nikolajewka. Diretti in un primo tempo verso il mare, torniamo indietro, seguendo immense piste polverose e passiamo il fiume Bug su un ponte di barche. Dopo Wasnessenk distrutta, ci fermiamo in un bosco dove occultiamo i camion e prepariamo le tende. Colloquio in francese con una maestra elementare convinta che la pratica del socialismo sovietico sia il miglior modo di vivere per l’uomo.

• Sabato 16/08/1941, Wasnessenk, Ucraina.
Partiamo alle due di notte. Attraversiamo Kirovo, bellissima città industriale colma di macerie. Sembra che di notte si indicano gare di corsa sulle piste; non abbiamo ancora visto infatti, strade come da noi. Assistiamo la sera ad un altro meraviglioso tramonto. Dormiamo fra i covoni di grano, ma il sonno è inquieto perché molestato dalle zanzare: allora comincio col chinino.

• Domenica 17/08/1941, Alexandrija, Ucraina.
Tocchiamo Alexandrija. Le città e i paesi hanno tutti nomi, ripetuti all’infinito, dello Zar o dei suoi famigliari. Sostiamo al mercato: oggi si vendono solo scope che non ci servono, domani venderanno solo uova, ma noi, purtroppo, saremo già lontani. In un paese successivo trascorriamo il pomeriggio della domenica. Ho intanto migliorato le mie conoscenze sulla lingua con l’aiuto di un piccolo vocabolario tedesco/russo che mi sono procurato in una biblioteca di Wasnessenk qualche giorno fa. Con le nuove parole apprese ho tentato oggi un discorso con un simpatico medico ucraino. L’illusione di trovare la vodka o almeno lo “spirt” (alcol puro), ci spinge a cercare in giro, ma non troviamo nulla.

• Lunedì 18/08/1941, Tschigirin, Ucraina.
Arriviamo a Tschigirin, bella cittadina circondata da colline, sulle rive del Dnjeper. Sistemiamo l’ospedale in una scuola elementare dando il cambio ad un ospedale tedesco. Siamo a circa otto chilometri dal fiume. Si dice che la Pasubio operi su sessanta chilometri della riva destra. Mentre sto lavandomi la faccia presso un pozzo, capita improvvisamente una nuvola di aerei russi che mitragliano a bassa quota. Ne segue un inferno di fuoco dal cielo e dalla terra. Dopo il primo, altri undici attacchi a brevi intervalli di tempo. Sempre a terra, in un campo di girasoli, abbiamo atteso la fine di quei caroselli. Visito i feriti dell’ospedale tedesco che ripiega. Faccio il turno di veglia con un infermiere alleato e dormo finalmente in un letto.

• Martedì 19/08/1941, Tschigirin, Ucraina.
Di buon’ora riprende la storia di ieri con altro attacco aereo: tre morti. Medichiamo i primi diciassette feriti da bombe e da mitraglia entrati nel nostro ospedale. Prime lezioni pratiche di chirurgia col Tenente Dall’Acqua: Ho visto che stavate attenti, quando ho prelevato il sangue per il prigioniero; in seguito toccherà a voi: a Pianca, a Biondo e a te, Di Daniel! E così Miro ha fatto la prima trasfusione col sangue mio e la sera col sangue di Pippo. Nell’impossibilità di muoversi per cercare un posto più sicuro, si legge negli occhi dei ricoverati lo spavento ad ogni attacco aereo. Noi restiamo sempre vicini a loro anche se poco tranquilli. Dal canto mio, confido nella buona sorte. Cristo, pietà! Come mi ha insegnato don Angelo, e mai paura!

• Mercoledì 20/08/1941, Tschigirin, Ucraina.
Pomeriggio duro! Noto la paura della “Vaselina”. Noi no! Tutti impegnati in medicazioni, suture e gessi a gente di ogni nazionalità. Lavoriamo con accanimento durante continue incursioni. Sono state centrate dai Russi le batterie Nord di Tschigirin e le cucine dell’826° proprio a mezzogiorno. Schegge e spezzoni colpiscono l’Ospedale. Con l’ultima incursione, un’ala della scuola crolla e il prof. Tantini, di Motta, va a finire nell’immondezzaio. Io continuo a tenere con le mani la gamba, che il chirurgo stava amputando, mentre gli altri lo soccorrono. Portiamo a termine l’intervento senza uscire. Fuori, strage di tende e di fucili. Contiamo cinque morti. In pomeriggio, il sig. Capitano mi manda con Rossi al Comando della Pasubio per ricevere ordini, le parole dei prossimi sette giorni e i lasciapassare, onde raggiungere i posti di medicazione sul fiume. Ci ripariamo sotto la camionetta da un ennesimo attacco aereo. Una scheggia di bomba cade a due metri da noi, troppo pesante per portarla a casa come soprammobile. Soccorriamo invece e portiamo con noi un ragazzo ucraino ferito alla fronte e in seguito morto. A lui ho praticato la prima morfina. In ospedale si sta tagliando una gamba ad un altro ragazzo russo con la femorale strappata. I suoi lamenti nella notte. L’impegno continuo m’impedisce di pensare. Puzza di sangue e di piaghe infette nei reparti. Il ten. Strazzolini, farmacista dell’826°, dice che domani avremo dai tedeschi una partita di sulfamidici bianchi che dovrebbero far sparire il cattivo odore delle infezioni. Noi abbiamo il “Prontosil Rosso” che non serve un accidente al di là degli scherzi (urina rossa), che facciamo a qualcuno. Ora, considerata la situazione eccezionale, Strazzolini distribuisce le riserve di cognac, poiché, come dice il regolamento militare italiano, dette riserve non si possono assegnare dopo morti.

• Giovedì 21/08/1941, Tschigirin, Ucraina.
Corre voce che sia arrivata a Kirovo la nostra caccia. I resti della contraerea nord lasciano Tschigirin. Si spera che non ci siano incursioni aeree oggi. E’ morto il ten. Renzo Medaina dell’80° Fanteria che abbiamo portato in ospedale Pippo ed io con una pallottola nel collo. Gli diamo 300 cc. di sangue. Con le trasfusioni siamo ormai più veloci e spigliati che con le flebo, anche in camionetta. La siringa a due vie dell’ospedale s’incastra sempre anche col citrato quindi Pippo ed io siamo più veloci con la tecnica della scodella bollita inventata da noi. Ne siamo fieri! Il sig. Capitano incarica me e Pippo di tenere aggiornate le tabelle “entrati-usciti” rispettivamente per la chirurgia e per la medicina. Abbiamo un attacco aereo verso le sedici e vediamo con soddisfazione combattere in cielo i primi cacciatori italiani. Ricordo gli “S 55” della Trasvolata Atlantica e Italo Balbo: questi saranno migliori. Nel frattempo il sig. Capitano ha fatto scavare attorno alla scuola dei rifugi.

• Venerdì 22/08/1941, Tschigirin, Ucraina.
“Santa Gusta! L’ingùria! Bei tempi!” Nessun attacco aereo. Conosco Vera: alta, bruna, occhi neri (òci ciòrnje), classe, studia ingegneria a Odessa.

• Sabato 23/08/1941, Tschigirin, Ucraina.
Arriva l’ordine della Pasubio di trasferire i ricoverati in un ospedale di retrovia. Forse avanzeremo. I nostri Fanti avranno certo superato il Dnjeper. Il ragazzo russo amputato soffre molto; il dottor Miani dice che presenta segni di cancrena del moncone. Non sono arrivati ancora i sulfamidici bianchi scoperti dai tedeschi nel 1936. Molta posta e tante sigarette dall’Italia; tra l’altro arriva la notizia che papà ha vinto la ricevitoria postale del Bassanello a Padova: buone prospettive quindi per la frequenza universitaria che non sapevo come avviare. Quattro cartoline da Fiorenza una più bella dell’altra con tutta la poesia del Cadore. Le guardo ad una ad una, le accosto al suo volto che conservo nel taschino sinistro della giacca. Sento attorno il suo profumo. L’ho appena sfiorata in treno, tornando da Padova, prima di partire. Ora la sogno… E’ d’ispezione Guido Schivi. Posso quindi studiare un po’ di russo, un po’ d’angiologia e di tecnica delle suture e delle trasfusioni. Abbiamo a disposizione i buoni testi del dott. Dall’Acqua che ci segue con cura. Attacco aereo la sera col solito lancio.

• Lunedì 25/08/1941, Tschigirin, Ucraina.
Bombardamento notturno della cittadina. Bombe ancora all’alba. Bombe in pomeriggio; per fortuna ci si abitua. La sera si balla da Vera con Strazzolini ed altri ufficiali.


• Mercoledì 27/08/1941, Tschigirin, Ucraina.

Ancora bombe. Mentre fuori la pioggia cade lenta, Montanari, uno dei soldati dell’826°, canta con la sua calda voce: “Mamma son tanto felice”. Ci tocca. Ho regalato a Vera la foto del Duce che mi ha mandato Guido Tormena: l’ha messa al posto dello specchio.

• Giovedì 28/08/1941, Tschigirin, Ucraina.
Porto a Vera una grammatica russo-tedesca che ho comprato da un autista di Monaco. Sono andato a trovare all’ospedale russo il ragazzino amputato il venti Agosto. Sta bene, mi ha riconosciuto con un sorriso. Vita monotona per il resto, nell’attesa di trasferire i feriti. Non ho posta dal 25 Agosto. Da ieri ci viene distribuito il caffé amaro. Commercio di sigarette con Miro. I nostri alleati destano ovunque antipatie. Fuoco di cannoni sul fiume.

• Domenica 31/08/1941, Tschigirin, Ucraina.
Messa al Campo. Le raffiche di mitra all’Elevazione, in onore dei Caduti sepolti nel cimitero dell’826°, suscitano intensa commozione. Più tardi, con Vera, assisto ad un duello aereo. Il tuono del cannone, dalle vicine rive del Dnjeper è diventato familiare.

Vera mi dà uno scritto in cirillico su un foglio lungo e stretto, tutto in maiuscole, perché io possa capirci meglio: sembra la stele di Rosetta e invece, al di là dei saluti, è una canzone:





Incontri
Quando sulla terra scende il sonno
e spunta la pallida luna
esco sola al balcone
piena di profonda dolcezza.
Il mare mi canta canzoni di fortuna,
mi sfiora una dolce brezza
ma il mio ragazzo oggi non ritorna.
Ricordi il nostro incontro
e quella sera azzurra? ecc
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• Lunedì 01/09/1941, Tschigirin, Ucraina.
Pioggia, noia e tristezza, come nei settembri italiani. Ho tentato di tradurre la lettera di Vera col vocabolario del Comandante, ma ne ho capito ben poco: ho risposto per quel poco che ho capito. Vera mi consola e dice che la mia lettera è più chiara che mai: deve essere brava a scuola. Dopo il rancio torno da lei per parlare ma la sua chitarra mi regala questo ritornello:

“Gnicamù pro gliubòv gne rasscàsevai,
gnicamù, nicevò, gnicagdà.”

Non parlare a nessuno del tuo amore,
a nessuno, nulla, mai.

• Giovedì 04/09/1941, Tschigirin, Ucraina.
Volo di bombardieri nella notte... una donna di Kiev, profuga con due bimbi suscita una discussione sulla guerra tra me e Marco Adami. A chiudere il dibattito capita un mitragliere di Pavia, caporale, medaglia d’argento, che ci porta un messaggio di saluto e di riconoscenza prima di partire. Dieci giorni fa aveva subito nel nostro reparto, l’amputazione dei due avambracci al terzo inferiore ed ora viaggiava in bicicletta, veramente senza mani, ostentando con orgoglio i moncherini. Salutiamo gli altri feriti in partenza per l’Ospedale da Campo 235° che sta più indietro.

• Venerdì 05/09/1941, Tschigirin, Ucraina.
Caffé dolce ma cucine chiuse per il resto. Miro ed io andiamo a pranzare in una specie di ristorante in collina suscitando la rabbia di Chiodo sottufficiale in s.p.e. che riferisce tutto al sig. Capitano per cui, al ritorno, ci troviamo altri cinque giorni di camera di punizione. Meglio così che la fame. Anche Chiodo d’altronde è “uomo d’onore” e fa il suo dovere. Fuochi sparsi la sera nell’accampamento dove ognuno prepara la cena per conto suo. Bagliori a levante. Piove ancora e ancora malinconia. Penso a mio padre e a mia madre, alla loro attesa, alle loro preghiere. Incursioni aeree russe durante la notte.


• Domenica 07/09/1941, Tschigirin, Ucraina.

Miro ed io comperiamo del latte da una cugina di Vera. Il padre di questa, ora in guerra, è un marinaio ed è stato in Italia ed in Spagna. L’album di Venezia appeso nel salotto. Sempre baccano dalla parte del fiume. Improvviso passaggio di aerei nemici durante la Messa. Un bambino ripete senza interruzione: “Rùsski Kapùt!”

• Lunedì 08/09/1941, Tschigirin, Ucraina.
Un po’ di sole al mattino e poi ancora pioggia. Vera vuole che io vada ogni sera a prendere l’uovo e il lardo da lei, perché sa che ora abbiamo solo il pane. Completo poi al “riestoran” con Miro. Scrivo a Toni Uliana. Sembra che presto salteremo avanti per portare l’ospedale più vicino ai combattenti. Miro ed io siamo stati un’ora con due ragazzi tedeschi che conoscevano un po’ di italiano e raccoglievano francobolli dell’Italia. Mi sono formato un linguaggio ibrido che non è né russo né francese né tedesco né italiano ma mi consolo ascoltando intorno. Cosa direbbe la Signorina Leonardi, nostra insegnante di francese al liceo? Ho saputo oggi che i russi vanno alle elementari d’obbligo da otto a sedici anni e che prendono presto contatto con materie scientifiche, per noi oscure fino ai primi corsi universitari orientati in tal senso. Da noi, al Classico, non siamo neanche entrati nell’anticamera delle scienze. Terza lettera di Vera, più importante e più lunga (che ho tradotto soltanto quando son tornato in Italia). Oltre ai saluti e inchini (priviet i paklon) mi scrive dei versi di Taras Shevcenko che cantano il grande fiume dell’Ucraina:

“Il nostro vecchio Dnjeper
steso fra le colline
sembra un bambino nella culla.
Esso attraversa tutta
la nostra terra
e tutta l’accarezza
specchiando i suoi villaggi bianchi
e i suoi verdi giardini.”

Cannonate dal tramonto all’alba. Altra Messa per i Caduti. La figlia di uno scrittore mi ha mostrato i libri del padre.


• Mercoledì 10/09/1941, Tschigirin, Ucraina.

Cucino la gallina rubata con Miro nella gabbia di scorta del sig. Capitano; la mangiamo assieme alla vecchia che ci ha preparato fuoco e lardo perché Vera sta male. Nel pomeriggio, porto alla mia amica delle medicine. Mi esprimo un po’ meglio in russo. Si dice in giro che duemila siberiani, affiancati da carri armati, abbiano forzato il fiume a quaranta chilometri da Tschigirin. Cena da gran signori, la sera, presso una famiglia conosciuta da Pippo. Colloquio con la bella infermiera dell’ospedale russo. Voleva che le insegnassi il tedesco a tutti i costi quella sera stessa, ma lei non era disposta ad insegnare niente a me: ogni attenzione era per Pippo. Da quel momento la lingua tedesca mi è piaciuta sempre meno. Ho saputo in seguito che era di origini prussiane, figlia di soldati rimasti in Ucraina dopo la prima guerra mondiale: ogni mezzo secolo infatti, i camerati fanno un giro da queste parti. Con Vera assisto ad un altro combattimento aereo fra due caccia: uno porta sulle ali il tricolore, uno cade. Non si è capito se l’italiano o il russo. Niente paracadute. Dolore comune.

• Venerdì 12/09/1941, Tschigirin, Ucraina.
Compleanno di mia madre. Vera è tutta presa dalla forza di Hitler (Hitlera sila). Ne soffro un poco, ma ho comprato lo stesso al molino cinque chili di farina per lei in quanto i tedeschi hanno proibito di vendere ai civili. Ai soldati, cinque chili per un marco, che sarebbe meno di otto lire.

• Sabato 13/09/1941, Tschigirin, Ucraina.
Oggi è arrivato al nostro Ospedale l’encomio della Divisione per il comportamento del reparto nei giorni scorsi. Domani partiremo. Vera mi ha preparato i dolci per il congedo e mi canta l’ultima canzone. E’ una melodia d’amore per il suo Paese:

“Sciracà stranà maià radnàia,
Mnòxo v gnièi liesòv i liét;
Ià druxòi takòi strané ne snàio
gdiè tak vòglno déscet celovièk”

Immenso mio paese natio,
ricco di selve e di anni;
io non conosco un’altra terra come questa
dove così volentieri viva l’uomo!”

Da tre giorni nel cielo volano solo aerei italiani e tedeschi. Altro funerale ucraino. E’ giunta finalmente la posta.

• Domenica 14/09/1941, Tschigirin, Ucraina.
Profondo dispiacere per dover lasciare Tschigirin e Vera. Si parte di buon’ora. Molte donne ai camion con dolci e lacrime. I miei occhi sono solo per Vera. Aerei tedeschi passano bassi sulla pista e si alzano sul fiume. Vedo i resti di un caccia russo, forse quello che abbiamo visto cadere mercoledì scorso. Attraversiamo Proletarka dove si sente più vicino il rumore delle armi.

• Lunedì 15/09/1941, Proletarka, Ucraina.
Miro ed io, stavolta col permesso del sig. Capitano, dormiamo in una casa anziché sul camion. La mattina passiamo con la colonna nei pressi del Comando di Divisione. Battaglia aerea: caccia italiani su bombardieri russi. Sul terreno sono evidenti i segni dove il nostro fante ha strisciato. Col russo vado meglio: capisco poco, ma mi faccio comprendere.

• Mercoledì17/09/1941,Nikolajewka, Ucraina.
A gentile richiesta, il sig. Capitano assegna a noi, studenti volontari, una casa con cinque stanze. Ci lavoriamo subito con teli, paglia, fuoco e la rendiamo dilettevole. Arrosto di galline in una cucina di terracotta. E angurie. A Nikolajewka ricevo una quarantina di scritti di cui sei da casa. Cinque splendide cartoline di Fiorenza. In una lettera, Anna Maria mi chiede se avrò una licenza; magari, dico io! Riferisco a Miro che mi risponde sottovoce: taci, il nemico ti ascolta! Si dice che presto avanzeremo ancora. Aerei russi volano sopra di noi verso il Dnjeper, intercettati dalla contraerea e inseguiti da caccia italiani.

• Venerdì 19/09/1941, Nikolajewka,Ucraina.
Da Tschigirin mi sono portato dei quaderni così potrò scrivere a lungo; quasi ogni giorno prendo, infatti, appunti su questi fogli e ormai preferisco usare per ogni lettera un doppio foglio di quaderno che poi chiudo a rettangolo oppure a triangolo come quando facevo le barche e gli aeroplani:

Non sappiamo del resto dove trovare le buste. Stamane siamo partiti per raggiungere un villaggio a circa quindici km a SE di Nikolajewka, dove abbiamo spiegato il reparto chirurgico in una scuola e quello medico in una grande abitazione. Ho conversato a lungo con dei feriti russi prigionieri, in particolare col sergente pilota del caccia sovietico abbattuto davvero mercoledì dieci. Tremava ancora per il dolore delle ustioni, per le ferite alle mani e per la paura degli uomini in grigioverde. Salvatosi col paracadute, si era difeso con le armi alla cattura, ma poi era stato ricoverato da noi. Son riuscito tranquillizzarlo ed a convincerlo che nessun fante italiano sarebbe venuto in ospedale ad ucciderlo. Siamo presto diventati amici. I primi mongoli ricoverati nel nostro ospedale. Sono contento per la posta. Cannonate vicinissime. Sempre bombe, dove arriva l’826°.

• Sabato 20/09/1941, Kutara, Ucraina.
Dopo aver dormito in casa di buona gente che si è messa a piangere nel vederci andar via la mattina, abbiamo lavorato intensamente per la sistemazione dell’ospedale nel paese raggiunto. La sera dormiamo in un’altra casa, sopra una grande stufa, con un materassino dell’826°. Un vecchio ci osserva di buon occhio, pare. Mi alzo presto per terminare le cartelle cliniche dei nuovi entrati. Arriva l’ordine di smistare nuovamente i feriti: fra giorni si partirà quindi anche da Kutara (così infatti si chiama il presente villaggio). Tra i ricoverati riconosco un caporal maggiore del 79° Fanteria che ha fatto il viaggio con noi dall’Italia. Adami è passato al 24° nucleo chirurgico, Schivi al comando del C.S.I.R con sede a Botosani in Romania, Venier all’Ospedale da campo 238. Miro, Pippo ed io, sprovvisti di aderenze, restiamo qui “come che se diseva”. La padrona di casa, che ci vedeva indaffarati, pensava che ci ritirassimo e questo ci offese non poco.
Italianski kaput? Ci aveva detto. Siamo sul serio scappati subito dalla sua casa. Lavoro intenso in pomeriggio per lo sgombero dei feriti. Incontro con alcuni ragazzi della terza compagnia di Aosta: Senigallia, Marinucci e un altro. Visto che non ripieghiamo, la vecchia padrona di casa cerca di rifarsi prendendoci per la gola con latte, uova, frittelle e ci invita con insistenza a ritornare da lei.

• Domenica 21/09/1941, Kutara, Ucraina.
Messa domenicale. Miro ed io dormiamo sempre sopra la stufa. Fa un po’ freddo. Danze ucraine in pomeriggio. Prima di coricarci scriviamo a casa alla luce di un lume a petrolio. La padrona però pretende l’oscuramento per via degli aerei e continua a tappare i buchi dell’isba con degli stracci. Abbiamo provveduto alcuni banchi in una scuola vicina per fare un po’ di fuoco, suscitando le ire della signora maestra: “gnekulturnei!” (incivili). Avevamo scelto i banchi rotti per la verità, ma ci siamo cavati una soddisfazione sempre sognata, non facile da capire. L’avessimo potuto fare alla Signorina Leonardi o al Preside Chiarelli quando eravamo a scuola!

• Mercoledì 24/09/1941, Kutara, Ucraina.
Bella giornata di sole. Siamo andati a comprare del miele da certi contadini per la nostra vecchia che ha la tosse ma che forse ha anche fame (TBC, dice Miro che fa il quinto anno). Non volevano vendere e basta! Ho raddoppiato l’offerta e raggiunto lo scopo. Cavalli selvaggi nel recinto. Mentre Miro sta smontando una delle due bombe a mano che tiene sempre vicine, mettendo a dura prova la mia pazienza, capita Chiodo con l’ordine improvviso di avanzare. Salutiamo la vecchia commossa e suo figlio Gregorio, studente di filosofia. Gregorio mi parlava spesso di Seneca e di Campanella ma perdeva le partite a scacchi e le battaglie navali. Prima del buio riusciamo a procedere solo per pochi chilometri verso Nikolajewka. Dormiamo in una casa su paglia lasciata da soldati russi: ci correvano, infatti, grossi pidocchi con falce e martello sulla gobba. Sudiciume intorno e freddo. Tappiamo le finestre rotte con teli da tenda.

• Sabato 27/09/1941, Krementschug, Ucraina.
Ci portiamo molto a nord e passiamo il fiume Dnjeper a Krementschug su un ponte di barche costruito dal nostro Genio. Autocarri tedeschi con ruote di treni viaggiano sui binari. Si ricostruiscono le ferrovie: i russi hanno uno scartamento diverso, con rotaie più larghe, per via del tradizionale pericolo tedesco. Non sto tanto bene: bismuto. Corrono voci di un prossimo rimpatrio per dare il cambio alla Pasubio. I due ponti sul Dnjeper, uno bombardato e crollato, l’altro di barche:

Ci troviamo nei pressi di Kobeliac a circa sessanta chilometri da Poltawa.

La sera percorriamo altri settanta chilometri. Dormiamo in una stalla: io, sotto la mangiatoia, e mi sento a disagio pensando a Gesù; senza problemi invece, sulla mangiatoia il mio amico Chiodo. Tanta posta: ricevo dal caro don Angelo “Le Confessioni di Sant’Agostino”, cinque pacchetti di Trestelle da Annamaria, un pacco dal Guf di Treviso, un’altra cartolina di Fiorenza. Nei giornali sta scritto che tutti i soldati italiani in Russia hanno visto il Duce. Noi no e ci dispiace.

• Lunedì 29/09/1941, Zaritschanka, Ucraina.
Al mattino ci sistemiamo in una banca di Kobeliac ma non so quanto ci resteremo. Ancora sette giorni di camera di punizione a me e a Pippo dal dottor Miani e non abbiamo capito perché, certamente l’ha capito lui. La propaganda tedesca al cinema. La città è un ammasso di rovine. Nel sotterraneo del cinema vicino, Pippo ed io ci facciamo la stanza per dormire: fatica vana perché la sera stessa riceviamo l’ordine di avanzare ancora. Durante la notte restiamo incagliati con i camion nel fango della pista: tutti a spingere, anche Chiodo stanotte. Freddo intenso: fuochi proibiti con i covoni di grano per riscaldarci. Sappiamo che la nostra Divisione è impegnata in duri scontri: la sacca per prendere Dnjepropetrowsk sta per chiudersi. Dormiamo a Zaritschanka in una scuola che doveva essere ben fornita d’ogni sorta di materiale didattico e di libri di ogni genere. Tutto rovesciato!
Ho preso un cavalluccio marino (Marskòi kògne.k) e due diapositive della “Cicala e la Formica”:

“té vsiò piéla?
éta diéla,
tac padìje, papliascì!”

(hai cantato tutto? ora vattene, balla!)

Prendo anche il cuore e l’orecchio di ceramica e le grammatiche straniere: voglia di scuola. Studierò a fondo la medicina e il russo.

• Mercoledì 01/10/1941, Zaritschanka, Ucraina.
Il sig. Capitano mi manda con una camionetta in un campo di concentramento a medicare dei prigionieri feriti. In pomeriggio gran reazione chimica di Miro (quinto anno) nel laboratorio della scuola: siamo dovuti scappar fuori velocemente respinti da una fumata d’idrogeno solforato.

• Giovedì 02/10/1941, Zaritschanka, Ucraina.
Ci troviamo ad est di Dnjepropetrowsk. Aerei sovietici ed alleati passano frequentemente nel nostro cielo. Ricevo ancora posta e con essa un certificato di iscrizione all’università che illustra la vaga speranza di mio padre in una licenza per esami. Sono d’ispezione. Un brigadiere tedesco, venuto per un parere dal Tenente Dall’Acqua, mi racconta come taluni elementi nazionalsocialisti hanno sempre fatto vedere ad Hitler nelle frequenti parate, un numero doppio di carri e di aerei.
Questa storia l’abbiamo sentita anche in Italia per bocca dei sovversivi, dico io. Il camerata continua a descrivere cumuli di morti in Polonia ed altre atrocità dei suoi, e c’invita a piantar tutto e a tornar a casa con lui.
Anche noi, interviene Miro, vogliamo tornare a casa, ma dopo la vittoria”.
Prosciài (Addio!).
Solo aerei germanici passano nel cielo e questo ci conforta.
Stasera il sig. Capitano mi ordina di partire alle tre di domattina per scortare una colonna di prigionieri russi: Chi vuol andare?
Nessuno dei volontari, richiesti dalla Pasubio, aveva risposto;
Vuoi andar tu che conosci un po’ di russo?
Certo, sig. Capitano;
Prenditi due soldati!

Ho chiesto Barbaro di Zoppola e Soldera di Favaro Veneto che hanno accettato di buon grado, ma non riesco a dormire nell’attesa. La faccenda mi preoccupa, mi sento fresco per l’avventura e non ho capito bene dove devo accompagnare quella gente. Scrivo questi appunti verso le due, mentre mi coccolo l’ultima cartolina di Fiorenza.

• Giovedì 02/10/1941, Petrikowka, Ucraina.
Raggiungiamo verso le tre, ora convenuta, un campo di concentramento di prima linea, dopo aver superato parecchi altolà rispondendo con la parola d’ordine “Verona”. Il Comandante del campo mi dà le consegne come responsabile della colonna. Viveri per tre giorni, per i due soldati e per me. Un maggiore anziano, con la lupa di Roma dorata sul petto come la nostra, mi consegna una carta militare col tracciato da seguire, una piccola bussola e mi ordina le tappe giornaliere da compiere. Riceviamo istruzioni su come e dove alimentare i prigionieri e raccomandazioni per la nostra sicurezza. Contati i soldati russi dieci alla volta, per mezzo dei loro ufficiali, andiamo. Sono oltre cinquecento e sembrano un mare inquieto nella pista. Come mezzo personale mi viene dato un cavallo; sfidato dal maggiore, salto subito in sella e mi ci trovo bene in quanto il bestione è tranquillo. Quindici fanti del 79° Reggimento a piedi col moschetto e quattro carabinieri in moto con la Breda piazzata sul manubrio, completano la scorta a mia disposizione. Per i bagagli di tutta questa gente, mi vengono date due carrette trainate da cavalli, con sacchi di fieno e di avena. Compiuti quaranta chilometri in direzione SO, ci fermiamo al largo di Petrikowka che era stata conquistata dall’ 81° Fanteria del C.S.I.R il 28 settembre e che ha dato il nome alla battaglia. È necessario uno sforzo continuo per tener ferma la massa di gente affamata, assetata e stanca. Ai lati della pista pianti di donne che portano ogni sorta di cose ai loro soldati: pane, acqua, dolci. Faccio controllare all’inizio da Soldera e da Barbaro che fra quei doni non ci siano armi, ma dopo i primi incontri ho dovuto fidarmi e lasciar fare perché se guardi da una parte non vedi più dall’altra. Quando capita un pozzo d’acqua, anche non potabile, la ressa è talmente caotica che mette in pericolo i miei tempi di marcia. Volteggiano sopra le teste secchi d’ogni genere che hanno avuto chiaramente da qualche donna, pieni e vuoti, e si accendono liti per conquistarli, finché non ordino ad un carabiniere qualche colpo in aria di arma automatica. Le prime volte è andata, ma dopo non si muovono neppure con le raffiche; allora ho scoperto che più della Breda potevano le sigarette e, al nuovo pozzo, distribuisco i cinque pacchetti di Trestelle che mi ha mandato Anna Maria con l’ultima posta. C’è chi ne vuole due di sigarette, ma io, duro: una per ciascuno. Con questa tecnica ne ho rimessi in cammino un centinaio e gli altri dietro come pecore. Si picchiano anche per una crosta di pane lanciata dalle donne o per un cavolo fradicio raccattato per via. Molte facce mongole, molti ebrei. Uno di questi mi sta particolarmente vicino e mi chiede qualcosa che non riesco a capire. E’ un ufficiale che si è strappato i gradi. Sulle carrette faccio salire a turno i prigionieri con le piaghe ai piedi, quelli febbricitanti, quelli solamente stanchi. Non voglio ricordare quanto è stato difficile farli scendere, quando gli toccava il cambio. Come da suggerimenti del maggiore faccio fermare la colonna al largo di un villaggio e stabilisco, assieme ai loro ufficiali, di far sostare i prigionieri in una vasta costruzione che doveva appartenere ad una collettività agricola e li faccio ammassare nelle vicinanze. Ordino il servizio di guardia. Come da disposizioni ricevute vado con l’ufficiale ebreo e due soldati russi a prelevare dei maiali in giro, rilasciando i buoni regolamentari che mi avevano fornito e mi faccio dare 250 pagnotte dal forno militare romeno piazzato sul nostro cammino. Cinque maiali, due ore di tempo, tanti fuochi: li hanno uccisi, cucinati e mangiati con mezza pagnotta. Non capivo chi li aveva riforniti di coltelli. Ci ho pensato e la certezza è caduta ancora sulle donne. Alla fine della festa, quattro parole cordiali e responsabili ai tre ufficiali superiori (più in francese che in russo; e così si allunga ancora il mio debito con la Signorina Leonardi). L’ufficiale russo più anziano, su mia richiesta, ha parlato brevemente ai prigionieri, anche di coltelli, traducendo quanto disposto per mantenere l’ordine durante la notte e invitandoli ad obbedire. Stanchi, si sono presto addormentati dentro il grande recinto. Io vado a dormire in una casa vicina con l’ufficiale russo più anziano e con due sentinelle. Cena in tre con latte e miele, gentilmente offerti dalla padrona di casa.

• Sabato 04/10/1941, Petrikowka, Ucraina.
L’ufficiale ebreo mi consegna un papiro scritto in cirillico maiuscolo, nel quale riesco a capire di più che nelle lettere di Vera. Mi chiede in sostanza di non essere consegnato ai tedeschi: gli spiego che è impossibile. Più tardi mi dà un’altra carta con un decalogo che ho tradotto in Italia: era quello di Kipling al figlio. Ripete la richiesta: gli assicuro che cercherò di consegnarlo agli italiani, ma che, però, ho l’ordine preciso di portare la colonna in un determinato campo, che molto probabilmente sarà guardato da tedeschi.

Non l’ho più visto: ha chiesto al fante della scorta che stava in coda, il permesso di fermarsi un attimo per salutare la mamma. Ora alcuni prigionieri mi sottolineano che l’ufficiale scomparso è ebreo, che appartiene ad una “brutta razza” e che è meglio farlo fuori. Di rimando altri ebrei: loro invece sono comunisti, senza Dio, mettili in catene e bruciagli la lingua. Soldera e Barbaro, in tempi successivi, mi avvertono che il prigioniero si era fermato, che stava rimettendosi in colonna, che si era accovacciato, che poi correva ancora. Se guardi da una parte, non vedi più dall’altra, mi sono ripetuto io, tra me e me, perdonandomi, e avanti col cavallo! Verso mezzogiorno, come da consegna, superato il Dnjeper su un ponte di barche,

ho affidato ad un maggiore dell’80° Fanteria i 500 che erano diventati 550: i cinquanta sbandati, raccolti per la strada, hanno bilanciato la perdita dell’ufficiale ebreo. Impedisco ad un carabiniere di picchiare un mongolo che gli aveva rubato dei marchi. Spaghetti, vino, cioccolato, caffé e cognac per tutti, vincitori e vinti. Cosa si è perso l’ebreo! Abbracci, baci, lacrime. Riprendiamo la via del ritorno in direzione nord-est per raggiungere l’826° con sei carrette e sei cavalli ma senza più foraggio: tanti erano diventati i mezzi, prelevati con buoni in quei due giorni dai miei soldati, per ospitare malati e lavativi. Fatti venti chilometri circa, sei per carretta, troviamo i carabinieri che ci aspettavano sulla riva di un laghetto da favola pieno di cigni bianchi: ne ammazziamo sei, perché settimo non rubare, e li prepariamo mentre i cavalli vanno sempre più adagio. Seguendo la scia di penne bianche, ogni amico ci avrebbe potuto trovare. Solenne cena nel villaggio sperduto, assieme al vecchio che ci pascola i cavalli e ci provvede il lardo. Dormo con un servizio imponente di guardia che mi pare d’essere Scipione.


• Domenica 05/10/1941, Petrikowka, Ucraina.

Dieci bombe! E migliaia di volantini che invitano alla diserzione:

Appena i piloti mollano, ci liberiamo delle “impedimenta” lasciando il mio cavallo, qualche sacco ed un altro cavallo con carretta al vecchio che ci ha ospitato. Ripassiamo il fiume e arriviamo a Zaritschanka ma l’Ospedale non c’è più, né il campo di concentramento da dove eravamo partiti. Consegniamo alle prime cinque persone che passano i cavalli e le carrette che restano. Non ci credono! Una giovane donna, forte, sveglia e carina, che procede con due grandi ceste di mele, capisce tutto: quando vede che tocca a lei l’ultimo animale, mette prontamente una delle due ceste davanti a noi in chiara offerta, carica l’altra a bordo dell’ultima carretta, e con sorriso, tra i nostri applausi, vi salta su agilmente. Tirando un colpo di frusta grida: “Idì” , che vuol dire “I” dalle nostre parti. Con uno slancio brillante il cavallo rende omaggio alla bella padrona. Consegniamo all’Autocentro un barile di benzina che abbiamo trovato per la strada al fine di contribuire alla vittoria. Saliamo tutti in una macchina del 34° Autoreparto e partiamo in pomeriggio, scortati dalle quattro moto. Giunti a Petrikowka, come da ordini ricevuti alla partenza, mi congedo dai quindici fanti, dai quattro carabinieri e resto con Soldera e Barbaro. Cielo nebbioso e freddo. Camion infangati. Verso ovest, si distinguono a distanza gli alti camini delle fabbriche di Dnjepropetrowsk. Si dice che la Divisione sia avanzata di cento chilometri. Ad ogni crocicchio controlliamo sulle tavole segnaletiche i colori della Pasubio che ci portano qua e là. Barbaro, “il vecio” che ha trent’anni suonati, è convinto che giriamo per niente e brontola contro di me e contro il Duce ma Soldera gli suggerisce timidamente che la Pasubio, se non avesse dovuto piegarsi a necessità operative, sarebbe già arrivata al Caucaso e i segnali avrebbero sempre la freccia verso est. Attorno a noi il terreno è seminato dai segni della lotta: buche di bombe da mortaio, di artiglieria, di aerei. Lungo il fiume Dnjeper sostiamo nei sobborghi della grande città. Ad un grosso bivio, riprendiamo verso est, sostiamo la notte con gli autisti in una casa buia ma calda, tra le poche ancora abitate, in un paesino devastato. Ci svegliamo all’accensione dei motori della colonna. Ci si accorge da mille cose che in questa zona si sono battuti i nostri fanti più che i tedeschi.

• Martedì 07/10/1941, Dnjepropetrowsk, Ucraina.
Quinto giorno d’isolamento dal reparto. Comincio a preoccuparmi. Speriamo di arrivare stasera e di trovare la posta. Penso ancora all’ufficiale ebreo: mi assolvo definitivamente.
L’episodio del fiume Bug illustratoci da un collega germanico: per errore, su quel fiume c’è stato uno scontro con un reparto alleato che non aveva segnalato in tempo la sua posizione; il comandante tedesco, udito il “Savoia” ha inviato immediatamente parlamentari con la bandiera bianca: Avevo sentito questo grido sul Piave nel 1918, ma non credevo che in Italia ci fossero ancora le belve di allora.
E il collega continua con l’episodio del giovane ufficiale, sempre sul Bug, all’assalto con la Breda in mano davanti ai bersaglieri, e con quello del fante della Torino che ha tenuto un ponte da solo per 24 ore con la sua mitraglia: aggirato nel buio da una pattuglia germanica, sorpreso e catturato, ha avuto la croce di ferro che un alto ufficiale tedesco si è tolta dal petto. Racconti! Soddisfazione! Con i camerati c’è sempre confronto e sempre invidia, ma pensiamo che sia reciproca l’ammirazione. Chiaramente sono molto più organizzati di noi e molto più ricchi; ad ogni modo, Miro, Pippo ed io diventiamo sempre migliori. Vinceremo! Fanti dell’80°, ricoverati, ci raccontano dei franchi tiratori del Dnjeper: uno di loro, piazzato dall’altra parte del fiume, ha avuto modo di colpire il sottotenente Renzo Medaina, ricoverato da noi a Tschigirin il ventuno d’Agosto, mentre studiava le linee nemiche col cannocchiale. E’ caduta abbondante la prima nevicata ed anche stasera non si arriva all’Ospedale. Assistiamo all’arresto di alcuni ragazzini da parte della polizia tedesca: banditen! Sono questi i partigiani? Anche noi ci battiamo a palle di neve con due tedeschi che volevano entrare a casa nostra. Pessima notte sul pavimento di una cucina. Forse è il lardo di ieri. In Ucraina sempre lardo.


• Mercoledì 08/10/1941, Dnjepropetrowsk, Ucraina.

Nemmeno oggi si parte. Ho scritto a casa con la data del dieci in modo che le notizie sembrassero più fresche a chi attende. Scrivo una lettera anche al sig. Capitano Scrosoppi per evitare che mi denunci ancora alla Divisione. I camion del 34° Autoreparto ci lasciano perché al prossimo paese devono scaricare la merce e tornare indietro. Per fortuna, con un camion germanico, riusciamo ad arrivare nei pressi di Signelnikovo; poi con una successiva macchina italiana entriamo in città. Mi reco subito al comando del C.S.I.R. e riferisco del ritardo ai carabinieri, Capitano Oddo. Dormiamo nella casa di un tedesco deportato negli Urali: la penosa storia raccontata dalla moglie. La figlia Lida, piccola artista, c’intrattiene al pianoforte con Chopin. Che bella cosa, Chopin! Al liceo non me l’avevano detto! Di musica, ho imparato solo il tango da Armando Martorelli, alla Pieve. Quante cose nuove: mi sento come un soldato romano in Grecia.

• Giovedì 09/10/1941, Dnjepropetrowsk, Ucraina.
La Pasubio sta combattendo sul fiume Woltschja. Oltre il fiume c’è Pawlograd:

Fonogramma del Capitano Oddo al Comando della Pasubio in quanto non possiamo muoverci.

• Sabato 11/10/1941, Dnjepropetrowsk, Ucraina.
Cade la seconda neve. Lida è graziosa ed ha 14 anni, frequenta un collegio femminile e di cognome si chiama Grimm. Si sta bene in questa casa: anche Soldera e Bàrbaro e ci resterebbero fino al ritorno in patria. Ricordiamo i cigni, le mele e la fanciulla delle mele.

• Domenica 12/10/1941, Dnjepropetrowsk, Ucraina.
Fucilate nella notte. Secondo fonogramma dei carabinieri alla Divisione. La pioggia insudicia la neve.

• Lunedì 13/10/1941, Dnjepropetrowsk, Ucraina.
Ci danno delle sigarette e ne compriamo altre per passare il tempo. Regalo a Lida delle cartoline e una collana con Madonna datami dal Tenente Cappellano. Giochiamo a scacchi e a domino. Terza nevicata.

• Mercoledì 15/10/1941, Dnjepropetrowsk, Ucraina.
Bellissima giornata. Lida suona egregiamente anche la chitarra e il mandolino. Sua madre ci racconta che i russi in fuga hanno distrutto un paese tutto abitato da gente d’origine germanica: circa quattromila persone. In compenso sentiamo dire che a Botosani, un treno carico di ebrei, ben sigillato e imbevuto di benzina, è stato dato alle fiamme dai nostri camerati. Penso che ognuno dei due racconti sia frutto della peggiore fantasia: ad ogni modo sempre più simpatici, alleati e nemici! Tra le notizie di radio naja: la Pasubio avrà presto il cambio e rientrerà in Italia. Sfileremo a Roma sulla via dei Trionfi! Il nostro sogno si sta realizzando.

• Giovedì 16/10/1941, Rasdori, Ucraina.
Lasciamo con dispiacere la casa di Lida. Per strade rovinate dalle bombe, prima con una carretta russa e poi con una macchina italiana, arriviamo a Rasdori dove finalmente troviamo il nostro ospedale spiegato. Leggo gli auguri di don Tito, parroco di Salsa per il mio prossimo compleanno. Vengo accolto da Miro in una casa presa in affitto per un marco al giorno. Miro mi chiede mezzo marco in subaffitto. Pagando, si sta comodi. Poiché fa freddo faccio un patto con Miro: dieci passi dalla porta per qualsiasi operazione igienica. Così ci scomodiamo entrambi, uno perché deve e uno per controllare che gli accordi siano rispettati. Schivi ci scrive dal Comando del C.S.I.R che avremo forse delle licenze per Natale: ci sembra tuttavia che queste nuove sul rimpatrio siano sempre più frequenti e sempre meno probabili. Ho ricevuto oggi la paga d’Agosto e settembre: 216 marchi pari a 1650 lire.

• Venerdì 17/10/1941, Rasdori, Ucraina.
Ho scritto a tutti; assieme a Miro una lettera a Silvio Collavo e a Nino Marino. Distruggiamo i due mitra russi che mi ero portato da Zaritschanka. Si dice che Mosca è caduta o che sta per cadere e che le divisioni combattenti verranno presto sostituite da reparti di occupazione. La moglie di un ferito russo ricoverato da noi, è venuta da Krementschug con una macchina di militari tedeschi, per far visita al marito. Miro, Mladovan e Spezzamonti, nelle ore di permesso, vanno a caccia di piccioni sulle alture di Rasdori. Baratto di aspirine e bismuto contro tabacco con certi tedeschi amici di Massega e di Santarossa: Miro è sempre l'artefice dei baratti. I ricoverati nel nostro ospedale sono di nazionalità italiana, tedesca e russa. Al rancio della sera, per la prima volta non viene dato il pane. Cerchiamo in giro della farina per farlo da noi.
Rangiàrse, dice Bàrbaro !
Chi à bu à bu e i mone à da morìr, completa Miro.
L'incubo della bomba inesplosa che scopriamo nelle vicinanze della nostra casa. Scrivo a Cecilian e a Marchetti alla Scuola Allievi Ufficiali di Bassano. Ho raccolto alcuni manifestini lanciati da caccia russi passati rasoterra in pomeriggio:

“Pieriehodìte s étim pròpuskom cières front”
“Passate con questo passaporto
attraverso il fronte”

e continuava:
“vi garantiamo la vita, un buon trattamento
e il ritorno in patria dopo la guerra”
Che buona gente!


• Venerdì 24/10/1941, Rasdori, Ucraina.

Oggi ho vent'anni! Miro ed io, ci giochiamo il tabacco a battaglie navali. Faccio alcune punture, ordinate dal sig. Capitano, ad un matto e ad un tedesco che sta molto male. Da parecchi giorni poca posta e poca pappa. Il suono di una fisarmonica ungherese mi riempie di nostalgia. Ultime iniezioni ai feriti in partenza, impolverati di Mom per le piattole. Domani sgombreremo l'Ospedale.

Domenica 26/10/1941, Rasdori, Ucraina.
I feriti ci lasciano per gli ospedali di retrovia e noi restiamo agli ordini per avanzare. Ultimissima puntura al camerata moribondo in autolettiga. Sempre bisticci con Miro, ma osserviamo con precisione i turni di guardia alla casa ed al forno, perché non bruci il pane. Mi ricordo di Orazio: “parva sed apta mihi”. Con sei sigarette al giorno poi, anche se razionate, la vita assume un aspetto più caloroso che mai. E attendiamo le macchine con la posta. Con un ago grosso da trasfusione facciamo un buco nel serbatoio di una macchina tedesca abbandonata e piena di neve: preleviamo ogni giorno della benzina che portiamo alla nonna (bàbuska) in cambio del latte (malakò). Chiudiamo il piccolo rubinetto col mandrino di ottone. La nonna aggiunge del sale alla benzina, mescola, ed ecco il petrolio per illuminazione. Lei che non sa la chimica! Miro, cinque bolli a Padova, ne resta preso. Anche noi portiamo a casa benzina e così si fa luce seria anche a casa nostra. Ogni giorno ne impariamo una ed avvertiamo sempre più la sensazione del soldato romano in Grecia. E' giunto a Dnjepropetròwsk il primo treno proveniente da Berlino.

• Martedì 28/10/1941, Rasdori, Ucraina.
Inizia l’anno ventesimo dei Fasci. Contiamo in una vittoria rapida e siamo contenti di partecipare. Se ci capitasse qualcosa di più da mettere sotto i denti, saremmo più contenti ancora. Sarà la gioventù, ma abbiamo sempre fame. Barbaro bestemmia il Duce perché lo ha richiamato tutte e tre le volte che ha tentato di aprir bottega di sarto a Pordenone. Ci mostra la foto della bella moglie e dei tre figli maschi. Miro ha un costante terrore della tubercolosi, ora poi che la nonna, un tempo infermiera, ci racconta di aver perduto suo marito per TBC e di esserne stata malata a lungo: vuol scappare di casa, Miro, lontano dal bacillo e intanto alimenta il fuoco fino a più di venti gradi, così finirò per crollare io. Ho avuto una lezione di russo da una certa Nina, niente male, figlia del segretario comunale di Rasdori. Andavamo a barattare il latte da lei con la benzina del bidone, dopo le sconcertanti notizie sulla salute della vecchia. Anche Chiodo vuole imparare il russo dalla viva voce di Nina Serghiewna e noi lo porteremo assieme per tenercelo buono. Primi pidocchi come ad Aosta e subito ripetiamo quanto appreso allora dai veci: bagno caldo, bollitura delle divise, caccia sistematica all’insetto e alle sue uova mattina e sera a lume di benzina salata con la tecnica antica delle due unghie dei pollici in avvicinamento lento fino al caratteristico rumore di scoppio delicato, indescrivibile, secco, che si può apprendere solo con la pratica. Pippo ha inventato un piccolo lanciafiamme, che funziona col solito carburante al sale, da usare lungo le cuciture dei pantaloni, ma non c’è paragone con la vecchia maniera anche perché non c’è rischio d’incendio. Da domani possiamo prelevare farina da un deposito non ancora esportato in Germania, grazie all’ intervento del segretario comunale nostro amico; e così continuiamo a farci il pane anche con la zucca come a casa dalla mamma. Quando non si fa niente, ci si annoia anche in zona di guerra: battaglie navali nell’attesa. Tento di leggere un libro di London in russo: “Martin Eden”; impegnativo! Scopro che non sono ancora un campione. La nonna-bàbuska vuol partire con noi dopo aver assistito alla dura lite con i due ragazzotti di Amburgo che volevano fregarci la gallina pelata e pagata. Applichiamo il diritto romano!

• Domenica 02/11/1941, Rasdori, Ucraina.
Vado dallo “stàrosta” (sindaco) del paese: accompagnato con la chitarra dalle sue ragazze, ho cantato canzoni italiane. Non vedo Nina Serghiewna. Scopro che anche qui non è vero che siano tutti uguali: il sindaco è il sig. Sindaco e il segretario è Serghiei (senza sig.!!). Oggi è stata celebrata una Messa per tutti i morti, quelli con le croci dorate e quelli avvolti nelle coperte militari. Lo stàrosta ci comunica notizie lusinghiere: Sebastopoli caduta, Voroscilov, Timoscenko e Budionni prigionieri. Sarà vero? Una donna polacca ha assistito con noi alla Messa e ci ha parlato a lungo della sua prigionia in Siberia dopo la prima guerra mondiale. Triste ricordo. La sera abbiamo parlato a lungo con lo stàrosta della guerra in genere, del fascismo, del comunismo, delle montagne, degli Alpini, dei Morti. Per mezzo di un prigioniero russo che rincasava a Tschigirin, ho mandato un saluto a Vera. Ho saputo che le cinque punte della stella rossa significano i cinque continenti della terra come obbiettivo da raggiungere: cattolicesimo rosso. Stasera balli tipici in casa di Nadia; un’infermiera indigena, con la sorella Lena e due chitarre, ci intrattengono sulla canzone Ucraina. Oggi solo una bomba dal cielo. Abbiamo bucato un altro serbatoio di benzina (sempre di macchina tedesca abbandonata), visti i precedenti ottimi risultati nel commercio del latte. Pane e formaggio la sera con Miro, al solito lume.

• Martedì 04/11/1941, Rasdori, Ucraina.
Stasera a cena dallo stàrosta. Più tardi battaglia navale con Miro. Nadia parla con una freddezza sconcertante del suo fidanzato: è stato ferito, ha voluto ritornare al fronte, ora sarà già morto! Altro che romanzi d’amore! In pomeriggio, nell’ora di permesso, sono stato da Nina, la figlia del segretario, dove è capitata anche Lena ed altre. Ho mostrato loro l’Italia con le cartoline che avevo ricevuto finora: pieno successo di Fiorenza; e giù a chiedermi com’é, che capelli ha, età, occhi, gambe. Ho cercato di descrivere alle pupe il delizioso profumo di lei che carezzava il mio ricordo e lo stupendo profilo del suo volto con l’aiuto della piccola foto che tenevo sul cuore, a mia difesa. Il latte lo prenderemo altrove d’ora in poi perché credo di aver capito che ne hanno poco anche loro e che se ne privano per darlo a noi. Ho comprato da Ciarcià trenta sigarette con sei marchi per restituirle al padre di Lena che ci aveva rifornito in precedenza.

• Giovedì 06/11/1941, Rasdori, Ucraina.
Fa brutto tempo e freddo: mettiamo il cappotto per uscire a cena, invitati in una casa nuova. Al ritorno ci portiamo sulle spalle due pesanti porte da un palazzo distrutto (che avevamo adocchiato all’andata), per alimentare il nostro focolare. Pomeriggio da Nina Serghiewna: quante declinazioni! Come in greco. Lena mi ha scritto le canzoni richieste. Chiodo visita con somma cupidigia la nostra dimora.

• Venerdì 07/11/1941, Rasdori, Ucraina.
Il sig. Capitano non vuol darci le coperte in quanto abitiamo in case private e vorrebbe che andassimo a dormire non si sa dove, poiché posti pubblici non ce ne sono. Ce l’ha detto Chiodo; sarà l’ordine del Capo o invenzioni sue per farci paura? Miro ed io abbiamo cercato latte tutto il pomeriggio.

Le madri di famiglia sembrano d’accordo nel rispondere la stessa cosa che ci mette in forte difficoltà:

“Nemà malakò, mnòxo dietiéj, karòva balnàja.”

“Niente latte, tanti bambini, vacca malata”.

Finalmente, verso sera abbiamo trovato la donna che ci vende il latte: ha una bella bambina bionda che si chiama Maruscia.

• Lunedì 10/11/1941, Rasdori, Ucraina.
Bellissima giornata con qualche grado sotto. Da due giorni caffé col sale, imparata anche questa, e una pagnotta al dì! Per fortuna il nostro serbatoio butta ancora. Alla stazione cambiamo con soldati austriaci gallina per tabacco; intervento nevrotico di un maresciallo viennese che ha scoperto il volgare baratto. Fatti nostri! Rispondo. Non so come si dice in austriaco. Passaggio continuo di treni che portano in Germania tutto: il grano (anche quello per la semina), gli attrezzi da lavoro dei contadini e tutti gli animali che incontrano. Come vivrà la gente che si troverà da queste parti l’anno prossimo?

• Martedì 11/11/1941, Rasdori, Ucraina.
San Martino! Un anno fa con Memi Celanti in bicicletta a Francenigo per assaporare un salamino memorabile. Il sig. Capitano ci ordina di cambiare abitazione: Guido Rossi, Miro, Pippo ed io avremo a disposizione una stanza in Ospedale con un vero letto. Chiodo vuole sostituirci in casetta ma la nonna non è d’accordo. Per non rompere il contratto d’affitto con la vecchia abbiamo realizzato da lei uno studio per lezioni d’anatomia e d’introduzione al bridge. Docente il dott. Dall’Acqua per le due discipline. Il marco per la locazione lo continuiamo a pagare sempre io e Miro. Latte la sera dalla bionda Maruscia che mi accoglie sempre con gioia per via della cioccolata che le porto ogni volta:“prihadìt giàgia Jàscia” (viene lo zio Giacomo). Oggi le ho promesso una bambola (kùkla) quando verrà la pace.


• Mercoledì 12/11/1941, Rasdori, Ucraina.

Nevica: la posta e i viveri non arrivano ancora, ma la temperatura sotto lo zero consente alle macchine di correre sulle piste dove il fango gela. Ho i pantaloni rotti e presento istanza al sig. Capitano per averne un altro paio. La guerra, infatti, non è ancora finita (come avevo previsto con “orgogliosa sicurezza” tre mesi fa).

• Domenica 16/11/1941, Rasdori, Ucraina.
Dieci gradi sotto lo zero i giorni scorsi; oggi, che sono solo due, sembra tornata l’estate. Posta e viveri non arrivano più. Sono d’ispezione e provvedo latte per i soldati dal “malòcnik” (che sarebbe il lattaio).

• Giovedì 20/11/1941, Rasdori, Ucraina.
Da tre giorni sono a letto con la febbre. La padrona di casa mi ha cucinato la zuppa di patate con le foglie d’alloro come la mamma mia e mi ha promesso la guarigione. Ha fatto anche venire il medico di famiglia, che, dopo accurata visita, mi ha consigliato l’olio di ricino; ora non so se devo mangiar la minestra o prendere l’olio. Forte tensione con Miro. Vediamo il sig. Capitano e Toni Rac, suo attendente, in mezzo ai bambini con bandierine rosse e falci-martelli, più mamme con icone:

Questa d’oggi sarà anche una festa paesana, ma noi volontari ci convinciamo sempre più che il sig. Capitano non deve essere proprio un fascista della prima ora. Lo chiamo a visitarmi: pancera di lana, niente pappa, niente pipa. Cordiale. Scrivo a casa con la data del 22 p.v. sempre per far finta che la posta arrivi prima.

• Venerdì 21/11/1941, Pawlograd, Ucraina.
Abbiamo ricevuto dalla Pasubio l’ordine di avanzare ieri pomeriggio. Arriviamo stanotte a Pawlograd conquistata dalla nostra Divisione l’11 ottobre. La gente di Rasdori è venuta a salutarci e a raccogliere la legna e quant’altro l’Ospedale abbandonava. Ho abbracciato la nonna in lacrime. Dormiamo male stanotte in un ospedale militare russo abbandonato. Con alcuni soldati, improvviso una rudimentale stufa elettrica. In compenso è arrivato il tabacco. Non ancora posta e viveri. Coprifuoco nella città con ronde italiane e tedesche. Non possiamo uscire di sera: ricordo il film “Prigione senza sbarre.”

• Sabato 22/11/1941, Pawlograd, Ucraina.
Noi quattro sergenti volontari ci sistemiamo in una stanza dell’Ospedale che dà sulla strada. Subito siamo visitati da tre allegre ragazze; non avevamo ancora chiesto loro cosa volevano, che ci piomba dentro il sig. Capitano gridando: Fuori, fuori! Perché qua, tollera, tollera, l’Ospedale diventa una casa di tolleranza. Le ragazze, buona gente indigena, sorprese per l’intervento di dubbia eleganza, ci hanno chiesto, con calma superba, chi era quel signore che piangeva (forse da “cry” inglese, lingua dei loro alleati, che significa sia gridare che piangere). Sentito che era il nostro Comandante, sono scappate e… addio amore. Traslochiamo l’ospedale in un altro edificio dove esistono ancora stufe e corrente elettrica. Corre voce che rimpatrieremo per la fine di novembre ma ormai non ci crediamo più. Gli ungheresi sì, che starebbero rimpatriando, secondo radio naia: ne abbiamo visti pochi, spesso abbiamo sentito parlare del loro valore. Oggi al rancio mezzo litro di vino a testa, del tabacco e un limone.

• Domenica 23/11/1941,Pawlograd, Ucraina.
Si stanno mettendo cartelli con nomi tedeschi e italiani per le vie principali di Pawlograd: il centro si chiamerà piazza dell’Asse. Ci giungono notizie dagli autisti di accaniti combattimenti a Nikitowka dove il Terzo Bersaglieri della Celere è impegnato dai primi del mese a liberare l’80° Fanteria della Pasubio, assediato. Il ten. Cappellano celebra la Messa nella cattedrale ortodossa: la canzone del Piave all’elevazione ci commuove. In pomeriggio incontro per la strada pelliccetta bianca con stivaletti e le chiedo semi di girasole tostati (sìmski). Me ne dà due pugnetti e poi li riunisce sul palmo della mia mano con le sue manine. Cara! Sapeva già dire buona sera. Ma è proibito uscire!

• Lunedì 24/11/1941, Pawlograd, Ucraina.
Dalla Divisione arrivano i nodi Savoia dorati da cucire sui polsi del pastrano ai volontari. Il sig. Capitano mi concede il cambio dei pantaloni richiesto dieci giorni fa e mi dice che, se ci beccano con i nodi Savoia addosso, ce la siamo voluta davvero.

• Mercoledì 26/11/1941,Pawlograd, Ucraina.
Corre voce che a Dnjepropetrowsk un gran numero d’ebrei sia stato giustiziato dai tedeschi; si dice che abbiano sepolta viva una ragazza, che dirigeva a mezzo radio il tiro dell’artiglieria sovietica sui nostri ponti di barche, passando le coordinate, cose ardue che noi del classico non conosciamo. Visito i bagni pubblici di Pawlograd. Oggi sono d’ispezione.

• Venerdì 28/11/1941, Pawlograd, Ucraina.
Parola d’ordine: “Schinken” che è come dire prosciutto. Ho conosciuto un belga, in divisa tedesca, stufo da morire. Dal lattaio (malòcnik) compriamo la panna; e sentiamo da alcuni autisti che la nostra Divisione è impegnata fortemente sul Donez, che molte sono le perdite e che il 79° Fanteria della Pasubio è stato decorato di medaglia d’oro al valor militare. Passano in continuazione colonne di complementi. La cattedrale gotica di Pawlograd nella incantata notte di luna. Miro vorrebbe prelevare del latte per i sottufficiali e soldati ma il sig. Capitano precisa che uno studente di medicina, anche con cinque bolli, non può occuparsi d’approvvigionamenti; Sicché dovremmo tirar cinghia fino al foro Mussolini! dice Barbaro, il solito bastian contrario. Chiodo da tre mesi sta costruendo una radio: ieri sera ha gracchiato per la prima volta e così abbiamo avuto la sgradevole notizia della capitolazione degli ultimi capisaldi dell’Impero.


• Sabato 29/11/1941, Pawlograd, Ucraina.

Il ten. Strazzolini, farmacista dell’826°, ci racconta in compenso che la Turchia ha concesso il passaggio attraverso gli stretti alle truppe dell’Asse e che l’Impero funziona ancora. Così sentiamo la voce di un ufficiale interrompere le lunghe e noiose discussioni sovversive, e darci un po’ d’animo per perseverare nel nostro compito. Guido Rossi parte con l’itterizia per l’Ospedale di Riserva n°1 del C.S.I.R. di Dnjepropetrowsk. Distrutto, a forza di star in gattabuia, sono andato a spasso tra le ronde alleate per cercare pellicetta bianca, ma non l’ho più trovata.

• Lunedì 01/12/1941, Pawlograd, Ucraina.
Primo giorno dell’inverno russo: neve durante la notte. L’80° Fanteria è stato certamente liberato l’8 novembre scorso a Nikitòwka dal 3° Reggimento Bersaglieri della Celere e dai Legionari della Tagliamento. La leggendaria colonna Chiaramonti.

Si racconta di ripetuti assalti all’arma bianca contro russi ubriachi di vodka. Artiglieria a zero. I combattimenti continuano sul Donez. Stasera arrivano sei macchine per portarci più vicini al fronte; sembra che spiegheremo l’Ospedale a Gorlowka, città di circa 150.000 abitanti, nelle vicinanze di Nikitowka. Comperiamo e ci dividiamo del burro. Alla radio di Chiodo ascoltiamo un nostalgico “La ran la lèra, la ran la là” del Barbiere e la “Marcia trionfale” dell’Aida”. Ti perdoniamo tutto, Chiodo, per queste due meraviglie! Sono d’ispezione: nella notte ho dato ricovero a cinque ragazzi profughi, due femmine e tre maschi che si erano presentati alle nostre sentinelle. Perquisiti i bagagli, li ho mandati a dormire con le guardie.

• Giovedì 04/12/1941, Petropawlowka, Ucraina.
Avanzata fino a Petropawlowka per circa cinquanta chilometri. Ospitati in un circolo ufficiali: caldo, radio, musica della Patria lontana. Bella notte su materassi veri! Ci si arrangia sempre più.

• Venerdì 05/12/1941, Grischino, Ucraina.
Partiamo di buon’ora viaggiando a piccoli tratti per il freddo intenso. Arriviamo a Grischino semidistrutta e quasi totalmente disabitata, 45 chilometri ad ovest di Stalino. Scendiamo ogni tanto dalle macchine per riscaldarci al fuoco delle stufe, nelle ospitali case di campagna. Due cammelli carichi camminano sulla neve fresca nel buio, accompagnati da un ragazzo. Compero da un tedesco cento sigarette per tredici marchi. Incomprensioni col dottor Miani. Corre voce che parte del personale degli ospedali sarà addestrata in squadre combattenti per sostituire i Caduti. Preoccupazione in giro. Continuo passaggio di veicoli militari da e per il fronte vicino. Con tutto questo freddo sfila in continuazione una lunga colonna di fanti tedeschi in bicicletta. Dormiamo ospitati dalla Sanità Territoriale.

• Sabato 06/12/1941, Stalino, Ucraina.
San Nicolò! Quanti regali avremo oggi? Entriamo a Stalino, bellissima città con grandi quartieri popolari moderni. In periferia sono visibili numerose piramidi di scorie minerali. La città è stata conquistata il 20 ottobre dai Bersaglieri della Celere e dal 49° Reggimento Alpini Tedesco. I diciotto gradi sotto zero con luna piena mi ricordano i bei giorni di gennaio in Val Gardena con Boccazzi, Casara, Marsili e Reginato. Loro mi hanno fatto fare la prima invernale delle tre Torri di Sella e della Grande Cir; per la prima volta ho messo gli sci e per la prima volta sono sceso a corda doppia.

I muri di Stalino sono tappezzati di manifesti che invitano i cittadini, vecchi e giovani, uomini e donne a combattere contro i fascisti che stanno investendo la città. Con un marco mi faccio dare tre di questi manifesti da un ragazzo ritardato che non si è accorto delle cose nuove e continua a lavorar di colla: manderò i manifesti al mio vecchio amico Nando Salce di Treviso che ne fa raccolta.

• Lunedì 08/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Ieri abbiamo viaggiato fino a Gorlowka in tempo per sentire le artiglierie a due passi. La città è stata conquistata il 2 novembre dall’80° Fanteria della Pasubio. Molti bersaglieri appartenenti al 3° Reggimento della Celere, sono caduti a Nikitowka. D’ispezione, faccio scaricare i camion nel giardino dell’ospedale civile abbandonato, dove non ci sono più né ricoverati, né infermieri, né medici. Neanche la posta c’è perché è stata inviata a Pawlograd dove eravamo l’altro giorno. Ritroviamo Rosselli al Comando di Divisione. Noi quattro dormiamo in una piccola casa vicina a dei grandi edifici. La gente che ci ospita è ancora sotto l’incubo dei combattimenti appena trascorsi. Gentilezza e cordialità singolari da parte della famiglia dove siamo capitati. Si combatte molto da vicino. Si ascoltano senza interruzione raffiche di armi automatiche e salve di cannone. Oggi è stato fucilato un russo che aveva tagliato le gambe con una mannaia a quattro nostri soldati feriti. Incredibile! Raccontano. Pippo ed io facciamo il pane col grano macinato a mano in una macchinetta che ci dà in prestito un vecchio; e ne impariamo un’altra ancora, come i Romani in Grecia.


• Martedì 09/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
I soldati non obbediscono prontamente agli ordini e spesso dobbiamo intervenire con punizioni come fanno gli ufficiali con noi. Piove e, guarda un po', s’incendia una casa popolare: ricoveriamo i sinistrati nei reparti che abbiamo appena preparato: un lavoraccio! Anche i soldati, stimolati dall’esempio, non sono stati a guardare, come spesso fanno. Mi faccio la barba che non ho, perché diventi nera, usando il rasoio di mio padre del 1916. Nel frattempo, due ragazzine, Zina e Nina, m’invitano a casa loro prima che venga occupata dai tedeschi. Mi hanno promesso una stanza pulitissima: la dipingeranno di persona. Arrivano finalmente due chili di posta per ciascuno! Una notizia inquietante: la morte della mamma di Turchet, che pertanto partirà domani in licenza per l’Italia. Quindici lettere di papà, tre lettere e un pacco di Anna Maria con le solite delizie, e quattro cartoline stregate di Fiorenza. Eccone una:

• Mercoledì 10/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Mi arriva altra posta da casa. In queste notti, lunghe per l’inverno e per l’ora militare occidentale, non son capace di dormire più di sei o sette ore.
Mi alzo presto e, quando sono di servizio, eseguo per tempo il controllo della pulizia nei reparti e in camera operatoria, aggiorno il registro “entrati-usciti-deceduti” e dopo studio e scrivo. I medici sono soddisfatti, quando arrivano e trovano tutto in ordine. Diventano anche più disponibili a lasciar correre qualche nostra birbonata. Segnalazioni luminose a nord di Gorlowka.

• Giovedì 11/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Cambio di casa. Le due ragazzine mi hanno preparato una camera appena imbiancata a calce: mi chiedono se sono contento. Ottimo trattamento da parte della nuova famiglia, composta anche dalla madre e dal padre anziani. Il ten. Strazzolini pare abbia raggiunto un accordo col sig. Capitano per valorizzare come si deve il lavoro degli studenti volontari. Ottengo anche un permesso di qualche ora per cambio casa. Regalo alle due sorelline alcune cartoline dell’Italia. Scrivo un ricordino nell’album di Nina, la più piccola: è un fiorellino. Traduco assieme a loro una poesia di Puskin da un libro di scuola di Nina: U’snik (Prigioniero). Trattasi di un giovane aquilotto in gabbia che rifiuta la carne sanguinosa e guarda lontano sognando la libertà, come il poeta. Mi viene offerta, la sera, una zuppa di kukurùza (poénta e butìro). Mia madre vi aggiungeva anche lo zucchero. Ascoltiamo alla radio la notizia dell’ardimentoso volo giapponese del sette dicembre scorso su Pearl Harbour e la congiunta dichiarazione di guerra agli Stati Uniti della Germania e dell’Italia. Sonno inquieto peraltro. Faccio il primo sogno dopo tanti mesi: prigioniero di alcune soldatesse russe sto preparando l’esame di maturità. Sarà la poesia di Puskin! Mi sveglio con l’incubo non tanto per le soldatesse quanto per l’esame. Mi alzo presto: non ho ancora perso la carica della terza liceo. Su un libro di propaganda che gira per la casa, leggo un parallelo fra la produzione industriale dell’URSS e quella della Germania; acciaio, carbone, carri armati, cannoni, aerei, navi, manodopera e carburanti: variazioni tra il 1939 ed il 1941, pressoché parità. La produzione americana non è raffrontata con quella tedesca per voci, come sopra, ma come percentuale del prodotto interno lordo disponibile per la guerra, in ciascuno degli ultimi tre anni: incremento notevole. Sono certo che il Duce avrà preso nota di questi numeri con la solita lungimiranza. Pareggeremo con l’ordine, la parsimonia, l’operosità, la prontezza ed il valore.

• Domenica 14/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Ieri ho ricevuto un quintale di posta e due pacchi; solo da casa mi sono ormai capitate ottanta lettere. Assistiamo alla Messa dal grammofono gracchiante di Zina ascolto Doscc igiòt (che sarebbe piove); la musica è di “Notte senza luna”. Sentiamo anche dei dischi con alcuni discorsi di Voroscilov. Alexandr, padre delle ragazze, mi fa capire quanto la gente di Gorlowka sia affascinata dal valore dei Fanti, dei Bersaglieri e dei Legionari di cui sente parlare in giro e aggiunge: I nostri se ne andrebbero tutti a casa, se potessero, e moltissimi si danno prigionieri, come sapete, per farla finita con questa brutta guerra. Ha poi ripetuto il discorso, sottolineandolo. Vado a letto senza aver ben capito se il vecchio non avesse inteso suggerirmi qualche cosa da fare. Mi sono guardato bene dal chiedergli spiegazioni.

• Lunedì 15/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Nevica! Il sig. Capitano mi ha fornito un cappotto nuovo e con quello sono andato al mercato con Zina. Si vendono solo semi di girasole tostati (sìmski), ma ho dimenticato a casa i marchi nelle tasche della "vecchia zimarra".

• Martedì 16/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Ripeto l’uscita con Zina, ma stavolta le voglio comprare parecchie manciate di sìmski. Mentre fuori continua a nevicare abbondantemente, mi accingo a rispondere a tutta la corrispondenza ricevuta. Zina e Nina sono partite per cercare farina di grano in un paese vicino. La signora Anastasia, loro madre, mi prepara una squisita minestra di segala e mi offre del miele di barbabietola.

• Mercoledì 17/12/1941, Gorlowka, Ucraina.

Ci giunge notizia dal vicino fronte di accesi combattimenti. Aiuto i genitori delle ragazze a macinare il grano residuo per fare del pane. Ogni giorno questa gente attraversa le linee, rischiando la vita, per barattare merci e viveri. Tirano la cinghia, assieme a noi. Molta gente sarà certo salvata dai semi di girasole. Do alcuni marchi al padre di Zina per procurarsi del tabacco.

• Venerdì 19/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Sono ancora d’ispezione. Dall’Acqua mi dà un elenco di malati ai quali devono essere dati i Sulfamidici bianchi che i tedeschi ci hanno finalmente mandato in abbondanza. Si continua a saltare il caffé. Ho portato a casa due pagnotte per le ragazze. Garbato e disteso colloquio col ten. Strazzolini che mi raccomanda di razionalizzare l’impiego dei Sulfamidici, anche se ora ne abbiamo; stasera a casa mia abbiamo la seconda lezione di bridge con lui, Saccà e Dall’Acqua. Tiro fuori gli appunti di Rasdori.

• Domenica 21/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Le ragazze sono tornate: si sono spinte fino a Debalzewo (oltre le linee) e chiaramente tutti le hanno lasciate passare. Hanno portato un sacchetto di grano. Mi giunge della posta con dieci pacchetti di Trestelle: Annamaria ! sei un mito. Ho comprato un rotolo Ferrania, in attesa di trovare uno che ha la macchina.

• Lunedì 22/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
In cambio di un pacchetto di sigarette Aleksandr mi fa sapere che Lenin aveva le scarpe sempre rotte, Stalin invece gli stivali sempre nuovi e prosegue con i versi:

sièrp i mòlot, smièrt i gòlod
falce e martello, morte e fame.

Racconta che Zina aveva un marito che poi l’ha lasciata per un’altra ragazza di Gorlowka, che ora vive a Smolensk con una terza moglie e che per cambiar moglie basta andare in comune con un paio di rubli.
Mezza tragedia, poveraccia! Ventitré anni, magra, bruna, occhi neri, sotto una veste di fodera nera. Forse, ben nutrita, potrebbe essere carina come la sorella. Ho avuto da Strazzolini in dono per Natale un paio di scarpe da montagna con suole di gomma. Mi dice che saranno date agli Alpini quando verranno. “Le ho prese per te: penso ti saranno utili per arrampicarti sul Caucaso”.

• Martedì 23/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Zina Aleksandrowna parte ancora con la sorella di quindici anni, Nina, alla ricerca di grano; stavolta vanno ad Artimosk, sempre oltre il fronte, dove hanno dei parenti. Ci ha chiesto una specie di lasciapassare dell’Ospedale, finché hanno da che fare con soldati italiani. Pare che il sig. Capitano stia organizzando qualcosa per Natale, ma, con le preoccupazioni che vengono dal fronte, non siamo tranquilli; a Natale sono cinque mesi che siamo qui. Suoniamo il grammofono, anche se gratta, per fare un po’ di festa.

• Giovedì 25/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Santo Natale!!! Tutti indaffarati ma non si fa gran ché. Ognuno di noi avverte oggi la lontananza dalla casa e dalla Patria più che gli altri giorni. Ci promettiamo di essere più forti e più buoni per diventare appunto maggiormente degni dell’una e dell’altra. Ho davanti a me l’immagine di mia madre e mio padre che aspettano, e per la prima volta mi rammarico di avergli dato un dolore con questo mio distacco. Gli mando col vento attraverso la steppa il mio saluto, assieme alla certezza che tornerò, perché in ogni azione noto la presenza della buona sorte che credo realmente collegata alle preghiere di mia madre. Abbiamo pranzato bene sia pure senza vino. Caffé, cognac e cioccolato per terminare. La sera vengono a casa mia Miro, Pippo, Aldo, Montanari e Mladovan.
Cinque galline che le ragazze cucinano in tre modi diversi e due fiaschi vino nero che Montanari ha comprato da certi autisti francesi della <Léon Blum>. La padrona di casa mi regala per la festa un tappetino ricamato di lana e un lungo asciugamano di cotone. Si sente parlare di partigiani che cominciano a rompere.


• Sabato 27/12/1941, Gorlowka, Ucraina.

Ordine della Divisione di abitare almeno in otto per ogni casa, di dormire a turni, di tenere pronte le armi. Nei prossimi giorni dobbiamo provvedere. Tutti vorrebbero venire con me, ma a casa mia c’è posto solo per quattro.

• Domenica 28/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Fame a Gorlowka: i primi morti. Porto dall’ospedale caffèlatte e pane per le quattro persone che mi ospitano. Oggi sono d’ispezione all’826°.

• Lunedì 29/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Divido anche la cena, che mi sono fatto dare in abbondanza, con la mia gente di casa. Mi sono fatto portare il rancio a casa da Lisciandro, perché sto poco bene. Per la prima volta è arrivato il treno fino a Gorlowka sui binari modificati. Le ragazze, che ci vedono ogni tanto far il segno della croce, mi chiedono se un giorno o l’altro dovranno imparare a pregar Dio. Zina piange e pensa a suo marito.Ogni sera, prima di coricarmi, sgombero la stanza dalle sedie per aver più mano libera in ogni eventualità. Di notte si sente più distinta la battaglia. Sono triste per le notizie dall’Africa.

• Martedì 30/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Ho comperato al colcoz due galline per il vecchio e lo aiuto a battere il grano sul maglio. Slàva tibiè, Gaspòdie! (Gloria a Te, Signore!), risponde lui. Come andrà a finire in Africa? Oggi sono di riposo e posso star in casa a leggere.

• Mercoledì 31/12/1941, Gorlowka, Ucraina.
Regalo a Zina il fazzoletto che mi ha mandato Diego Giovanninetti, mio compagno di scuola.
È l’ultimo giorno del 1941.
Ricordo, tornando indietro:
nel 1940 - da Antonia Tonon,
nel 1939 - da Giacomino Petterle,
nel 1938 - al Fassetta con Wilna e Cici.
Riceviamo oggi tanti pacchi dall’Italia. Divido con Aleksandr il mio cognac.

• Giovedì 01/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Capodanno!!! Il ten. Saccà, ufficiale di amministrazione dell’Ospedale, invita Pippo e me a passare assieme la prima notte del 1942 a casa sua, con tre simpatiche ragazze indigene: Maria, Sonia e Vera. Danze e brindisi alla fine della guerra, dolci e vodka. Organizzazione siciliana; Saccà infatti è di Catania mentre Pippo, come è noto, è messinese. Rientro alle 23. Parola d’ordine: Siegen.


• Venerdì 02/01/1942, Gorlowka, Ucraina.

Ordine della Pasubio di sostituire in giornata l’Ospedale da Campo 825° a Nikitovka. Gradi 35 sotto zero. Mentre ci stiamo distribuendo i compiti per l’avanzata, arriva un contrordine dopo poche ore: non si va più a Nikitowka ma dobbiamo occupare questo freddo. Mi regala un gilé di piume d’oca.

• Sabato 03/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Da stasera ordine di dormire nei nuovi locali dell’Ospedale. Addio famigliole! Entrano molti soldati e civili feriti e congelati: ecco perché la Divisione ha ordinato venerdì il raddoppio dell’826°. Lavoro febbrile. Le polmoniti e le piaghe guariscono rapidamente coi Sulfamidici. Non c’è più cattivo odore nelle sale.

• Domenica 04/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Mi sono messo le scarpe con le suole di gomma che mi ha dato il ten. Strazzolini ed ho regalato quelle vecchie ad Aleksandr. Massaggio energico del naso da parte di Zina, appena arrivato: mi dice che è un complimento ma anche un metodo per prevenire le gelate. Medicazioni e suture tutto il giorno. Abbiamo ricoverato una donna col figlio, assiderati ed affamati. Ho dato dei marchi a Redente che torna a Pescara per la morte del padre. Spira un vento tiepido, la sera è oscura. A Gorlowka siamo noi l’Ospedale anche per i russi. Ho ricevuto oggi il pastrano di pelliccia. Con Pippo sono andato a salutare Aleksandr, padre di Zina, che però era a lavorare dai tedeschi, nelle miniere di carbone. Gli danno anche da mangiare. Nella mia stanza vivono i camerati. Anastasia, madre delle ragazze, mi chiede quando torno io e mi riferisce che gli amici volevano togliere la foto del Duce. Uno di quelli è polacco e parla bene il russo.

• Lunedì 05/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
L’ordine è di eseguire subito a Gorlowka un grande albergo. Lavoro serrato di soldati e di slitte e nel giro di due ore l’operazione è eseguita: la recettività dell’826° è duplicata. La stessa sera erano già stati ricoverati una ventina di bambini con malattie delle vie respiratorie. Hanno già imparato a chiamarmi giàgia Jàscia (che vuol dire sempre zio Giacomo).


• Martedì 06/01/1942, Gorlowka, Ucraina.

Porto dei Sulfamidici a Nina Alexandrowna che ha mal di gola. Faccio la stessa cosa per Jascia il polacco che è sempre lì con gli altri nella mia camera. Ci offrono sigarette e cioccolata. Combattimenti vicini. Che Befana!

“I bei Re Magi, dallo scettro d’oro,
che per la neve, sotto il ciel sereno,
sostar sommessi alla mia porta udia,
la notte della Santa Epifania
o son morti di freddo o son malati
nei paesi del sole.”

• Mercoledì 07/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Oggi i russi festeggiano il Natale. Entra una valanga di congelati e di feriti. Abbiamo centosessanta letti occupati. Miro, Pippo ed io lavoriamo come negri. Tutta la Vaselina, ha ceduto il materasso ai ricoverati. Niente bridge stasera. E’ poca una pagnotta al giorno. Ho mandato per Lisciandro delle aspirine anche alla madre di Zina.

• Giovedì 08/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Per le strade d’arroccamento segnalate, Pippo ed io voliamo ai posti di medicazione che ci richiedono, per raccogliere feriti, congelati e malati. Nel frattempo sparisce il sacco di paglia che mi aveva fatto Barbaro per dormire: Lisciandro mi racconta di aver visto un soldato che lo spostava per ordine del ten. Saccà; forse serviva a un altro più che a me. Entrano in ospedale tre soldati proposti per la medaglia d’argento, un legionario della Tagliamento e due bersaglieri della Celere: gara tra di noi per medicarli. Di bronzo non ci sono medaglie. I ragazzi con la medaglia d’oro sono morti. Con una seconda uscita, portiamo in ospedale altri giovani influenzati col loro medico; ci aspettavano in una casa, lungo la strada, e li avevamo prima trascurati. Colloqui concitati tra le mamme e il vecchio medico: gli argomenti della discussione sono il caldo e i Sulfamidici. Ricevo alcuni giornali da Armando Martorelli che ora abita ad Alessandria.


• Sabato 10/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Anche oggi via con le camionette ai posti di raccolta: Miro e Pippo rientrano con parecchi fanti gelati, feriti, malati ma ancora pieni di entusiasmo e di coraggio. In mezzo a loro, un altro decorato al valore. E’ imbarazzante pensare che noi stiamo al caldo e che abbiamo un bagno a disposizione. Infatti, la guerra da queste parti, significa sfidare il gelo più del nemico e strisciare sul terreno per portare avanti le armi: la guerra sul serio, la fanno solo i fanti. Vado in pomeriggio a visitare Soldera ricoverato all’836° per tifo petecchiale. Il ten. Dall’Acqua mi fa vedere il primo sifiloma di un collega sergente. Lo stesso ufficiale fa anche un encomio solenne a Miro, a Pippo e a me per lodevole servizio con citazione al sig. Capitano.

• Martedì 13/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Sempre fausto il giorno tredici per me! Una disposizione ministeriale ci permette di rientrare in Italia per completare il Corso Allievi Ufficiali. Grande indecisione! Voglia immensa di tornare a casa! Voglia di montagne e di diventare un Tenente degli Alpini; voglia di riprendere lo studio e di diventare medico. Ma anche voglia di restare con Miro e con Pippo! I primi passi con la medicina li abbiamo fatti qui. Marco Adami intanto ha già scritto la domanda; io la copio e le spedisco tutte e due al Comando della Pasubio. Gigi Venier l’ha già mandata. Dopo la guerra tornerò a Gorlowka.

• Giovedì 15/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Un sole prepotente spazza le nubi e la neve. Torno a visitare Soldera all’826° e lo saluto. Penso che l’Ospedale non darà il cappello di pelo a noi che abbiamo chiesto di tornare a casa; mi faccio fare allora da un ragazzo capace una stufa con resistenze attorno ad un mattone come visto altrove. Vado a salutare i miei ospiti di un tempo ma non trovo le ragazze e così non le vedrò più. Sono andate a barattare per l’ennesima volta oltre le linee. Aleksandr mi racconta che il suo lavoro in miniera è diventato logorante e insopportabile. Mi dà anche brutte notizie dal fronte: pare che i russi abbiano sfondato a Slawianka, poco meno di cento chilometri a nord di Gorlowka, e che puntino su Dnjepropetrowsk, alle nostre spalle; le notizie vengono dalla gente che gira per mettere sotto i denti qualcosa. Scrivo a casa che ritornerò presto; non mi sento però soddisfatto della decisione presa, quando mi guardo intorno: abbiamo visto oggi sfilare fanti della Pasubio in tuta mimetica.

Pare che la Turchia entri in guerra al nostro fianco. La notizia viene dal ten. Saccà. Stamane per la prima volta si vedono i bombardieri russi a Gorlowka. Inferno di contraeree. A Pippo Biondo sono state affidate squadre di donne per pulire l’Ospedale. Barbaro mi ha finito oggi i vàlienki (stivali di feltro), fatti come li fanno a Gorlowka.

• Lunedì 19/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Riceviamo il cappello bianco di pelliccia. Incursione di bombardieri in città per la seconda volta. Arriva un fonogramma della Divisione con l’ordine di arretrare i feriti ricoverati e di tenerci pronti sui camion per un altro salto in avanti. Preoccupazione in giro (stavolta più grossa per noi tre che speravamo di rimpatriare). Dagli aerei piovono migliaia di manifestini che promettono di radere al suolo Gorlowka e Stalino e invitano i civili ucraini a sgomberare le due città. Il Ten. Dall’Acqua riferisce che il sig. Capitano ha fatto alla Divisione un rapporto informativo ottimo su di me, aggiungendo: “Farà meglio l’ufficiale degli Alpini che il medico!” Incassa Jàscia! Son due giorni che do metà della mia pagnotta al vecchio che abita dall’altra parte della strada; Chiodo, in compenso mi ha fatto avere delle scatole di carne. Il Sig. Capitano mi licenzia con onore. Pippo, Picerno ed io passiamo la sera da due ragazze, figlie di una dottoressa venuta al mattino in ospedale per avere dei Sulfamidici; il padre Nicola, anche medico, è in guerra, forse sul fronte di Mosca e non dà notizie da quando si trovava a Smolensk. La più grande si chiama Nina, alta, rossa, sedici anni, occhi verdi, suona la chitarra. La più piccola si chiama Lisa, bionda, tredici anni, occhi azzurri, suona la balalaica. Rientriamo tardi. Parola d’ordine: “Venédig”.

• Mercoledì 21/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
In attesa di partire e licenziato dai reparti, passo la giornata da Nina Nikolajewna e pranzo con loro; scambi di indirizzi. Faccio una partita a scacchi con Vascia, fratello più piccolo di Nina. Trasferisco le mie nozioni di bridge a tutta la famiglia. In serata riceviamo il fonogramma della Pasubio che ci ordina di partire per l’Italia. Un salto in Ospedale ad annunciare la nuova e ci corichiamo di buon’ora per essere pronti domattina.

• Mercoledì 21/01/1942, Rikowo, Ucraina.
Con quarantadue gradi sotto zero e un vento gelidissimo, Adami, Venier ed io attendiamo al Commissariato di Gorlowka il ritorno della macchina dalle poste divisionali per essere portati a Rikowo, sede del Comando di Divisione, onde ottenere il lasciapassare per il rimpatrio. Ascoltiamo un continuo fluire di messaggi radio cifrati con firme convenzionali, tipo Gibilterra, Lazio, Firenze ecc. In un’ora e mezza, coi piedi avvolti in coperte, arriviamo a Rikowo. Alla posta della Pasubio una signora ungherese ci offre una stanza in casa sua per dormire la notte. E’ moglie di un russo sparito alcuni anni fa dopo un viaggio in Ungheria. Ci racconta della crisi dei colcoz nel 1939, degli arresti politici, dell’obbligo di fornire ogni anno allo stato i prodotti della terra, gli animali o il denaro. Deve essere una roba come le tasse da noi, che io non ho mai capito cosa sono, ma che fanno brontolare mio padre quotidianamente. La camera è gelida. Mi addormento inquieto nel ricordo del ponte oscillante che abbiamo superato oggi, dei campi minati con piste segnalate da cartelli rossi, dei piccoli cimiteri dove riposano, qua e là, soldati nostri o tedeschi caduti.

• Venerdì 23/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Ripartiamo per Gorlowka col lasciapassare firmato dal Comando della Pasubio. Pippo si emoziona, quando ci rivede. Braccio di ferro con i tedeschi da Nina. Li abbiamo sfidati, scherzando, perché volevano portar via le due ragazze a trascinar bombe da mortaio in linea con certi slittini, se ho capito bene. Son rimasti male quando Pippo li ha battuti, uno dopo l’altro. Capiscono solo la forza. Con commozione saluto a lungo Nina e la sua famiglia.

Sabato 24/01/1942, Jassinowataja, Ucraina.
Partenza! Abbraccio il sig. Capitano Scrosoppi, il ten. Strazzolini, il ten. Saccà ed il ten. Dall’Acqua che ci consegnano lettere per casa. Abbraccio Pippo e Miro che vedo per la prima volta con le lacrime e che mi danno messaggi per la mamma. Salutiamo i soldati ad uno ad uno. Gli altri ufficiali e sergenti sono in missione oggi. Con una slitta raggiungiamo il posto di blocco dove le sentinelle ci affidano scritti da portare in Italia. Con la macchina della posta arriviamo al Comando tappa di Jassinowataja. Disinfezione all’ospedale territoriale del C.S.I.R.

• Domenica 25/01/1942, Jassinowataja, Ucraina.
Al Comando tappa abbiamo purtroppo una brutta notizia: partenze sospese! Non si sa perché o non lo si vuol dire, ma il cannone dice la verità: si sente tuonare fin da ieri sera dalla parte del tramonto. Dovremo probabilmente tornare ai nostri reparti. A conferma del racconto del padre di Zina, un maggiore del Comando ci informa che i Russi hanno realmente sfondato a Slawianka il fronte tenuto dai tedeschi a nord delle nostre Divisioni, e che ora stanno combattendo attorno a Grischino per impadronirsi della ferrovia che dovremmo percorrere noi e che è di vitale interesse per i nostri soldati. Che storia! Alla Posta del Comando del C.S.I.R. faccio il seguente telegramma:

Lo stesso ufficiale mi chiede di interrogare dei prigionieri e mi fa poi la proposta di restare come interprete al Comando del C.S.I.R. anziché ritornare a Gorlowka, fino ad un chiarimento della situazione. Ci consiglia comunque di star a vedere per qualche giorno. Col tenente Soriani, decorato al valore, chiediamo rapporto al Generale Messe allo scopo di ottenere un permesso speciale di rimpatrio per conto nostro, assumendoci ogni responsabilità: sognavamo di rientrare attraverso il Mar Nero, Bosforo, Dardanelli e poi via sotto Troia come Teucro di Orazio. In pomeriggio il Generale Messe ci ha dato udienza, ma non ci ha permesso di partire. Ho ricordato il poeta ai miei compagni di viaggio:

“O fortes, peioraque passi,
mecum semper viri,
nunc vino pellite curas!
Cras ingens iterabimus aequor.”

“O prodi, che ne avete sofferte di peggio,
sempre pronti al mio fianco,
mandate via i pensieri col vino, stasera!
Domani riprenderemo il grande mare.

Peccato! Sarebbe stato un meraviglioso rientro in patria, delirante ma accettabile. Aerei da bombardamento sovietici colpiscono a lungo Jassinowataja; e giù migliaia di volantini che invitano alla diserzione.


• Lunedì 26/01/1942, Jassinowataja, Ucraina.
Sempre più sentiamo sparlare dei camerati: sembra che i comandanti delle colonne finiscano i prigionieri stanchi anziché aiutarli e pare che non si curino di investire o meno i civili con le macchine. Oggi appunto Marco Adami ed io abbiamo accompagnato all’Ospedale di riserva italiano, una donna con qualcosa di rotto, investita da un camerata. Si stanno esercitando al combattimento gli scribacchini del Comando del C.S.I.R.

• Martedì 27/01/1942, Jassinowataja, Ucraina.

“Vsié dglià frònta,
dglià pobiéde nad vrahòm”.

“Tutti per il fronte,
per la vittoria contro il nemico”.

Sta ancora scritto sui muri di Jassinowataja. L’amico maggiore ci racconta che si sta preparando un ordine per le truppe di passaggio: anch’esse dovranno essere inquadrate ed armate per far fronte ad eventuali attacchi da occidente. Mangiamo il pane fresco del Comando.

• Mercoledì 28/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Riceviamo l’ordine di rientrare ai reparti. Ci vengono dati sette giorni di viveri in gallette e scatole di carne. Decidiamo di partire per Gorlowka anche se imperversa sulla steppa circostante una bufera di neve con un vento gelido; un russo ci porta con la slitta al palazzo della posta dove aspettiamo un’ora per niente la macchina della Pasubio. Otteniamo allora, non senza difficoltà, che la stessa guida ci accompagni al posto di blocco di Jassinowataja per cercare qualche altro mezzo; dopo pochi minuti d’attesa ci troviamo a bordo di un lussuoso autobus parigino condotto da un autista tedesco e diretto ad Artiomosk. Per quindici chilometri tutto alla perfezione: lungo la pista si susseguono ammassi di neve ammucchiati dalla tormenta che l’autobus deve evitare e noi dentro al calduccio. Al bivio per Gorlowka dobbiamo scendere e ci troviamo in tutt’altra situazione: il vento fischia gelido, non un’abitazione vicina, solo alcuni soldati italiani del Genio, incappucciati fino all’inverosimile spalano la neve attorno a noi; fatica di Sisifo poiché il vento in due minuti disperde quanto i fanti hanno sudato in due ore. Ci dicono che Gorlowka è a diciotto chilometri. Sono le tre pomeridiane e quindi è prossima la sera sempre per via dell’ora di Berlino. Passa una slitta con due cavalli condotta da un civile, per la stessa nostra direzione. Mettiamo i sacchi a bordo e seguiamo a piedi, come consigliato dal conducente, perché gli animali sono stanchi. Freddo da morire. I cavalli fanno soste sempre più lunghe ed ora che uno dei pattini della slitta si spezza, ci fermiamo. Il russo porta gli animali in una stalla che non riusciamo a vedere e sparisce. Dopo una lunga mezz’ora, appare un’altra slitta nella nebbia: la guidano due soldati tedeschi con donnine. Carichiamo gli zaini e ci saliamo anche noi nonostante le proteste. Alla prima casa abitata, per non affaticare ulteriormente le bestie duramente provate, riesco a convincere gli alleati ad accompagnare al caldo le fanciulle e a proseguire con maschia fratellanza. A quaranta gradi sotto zero, in simili circostanze, ho avuto la fortuna di trovarmi a fianco Marco che la sua mamma gli aveva fatto due spalle ben più grosse delle mie. Più avanti incontriamo una colonna di prigionieri con un tedesco a capo ed uno in coda e ai lati della strada qualche russo a terra. Ancora spari nella nebbia portati dal vento. Il freddo si fa sempre più intenso ma per fortuna cominciamo a scorgere nel crepuscolo le piramidi di carbone di Gorlowka e ben presto le case di periferia. Mi sembra di essere arrivato a casa mia. E’ già buio. Ci scusiamo con i camerati e li ospitiamo: feriti e dimessi da un ospedale, il giorno dopo, dovevano ritornare al loro posto, in linea. Sono fisicamente stanco e triste. Vado subito a trovare Nina Nikolajewna Galizkaia che, felice, mi trattiene a cena.

• Giovedì 29/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Riconsegno a tutti lettere e soldi che mi avevano dato da portare in Italia. La gente Ucraina non sa se augurarsi la vittoria dell’esercito rosso con relativo altro passaggio della guerra e conseguente restaurazione comunista, o se sia meglio che le cose rimangano come sono. Ho l'impressione però che ci guardino diversamente da quando si è accesa la lotta alle nostre spalle. Mi consolo pensando che la Russia non potrà essere più forte la prossima primavera di quanto non lo sia stata la scorsa estate. Ma la storia di Napoleone e questo freddo cane e le distanze e le strade che non ci sono? Discutiamo tra noi: la guerra non trova mai facili giustificazioni nel cuore degli uomini, ma è una delle dure esperienze vitali, certo la più atroce e forse la più ingrata, anche per chi vince. E noi quattro, Marco, Miro, Pippo ed io, cosa possiamo fare di meglio che medicare i soldati che combattono? Certamente sentiamo di avere un conto sempre aperto con loro. Animo!

Se per gli altri il Mediterraneo
è una strada
per raggiungere le proprie colonie d’oltremare,
per noi il Mediterraneo è la vita.

• Venerdì 30/01/1942, Gorlowka, Ucraina.
Spedisco a casa 1064 lire pari a 140 marchi che pensavo di usare in folli pazzie viennesi. Distribuisco i viveri che ho avuto per il viaggio ai ragazzini che vengono ogni mattina davanti alla porta dell'ospedale. Mi rimetto a lavorare con grande impegno. Il sig. Capitano parla di “ritorno dei volontari”. Ripasso il bridge con Miro, Nina e Lisa. Ho dormito in una stanza assieme a Vascia, fratello più giovane, che mi ha fatto fare le ore piccole con gli scacchi. Il sergente Chiodo viene a controllare e Miro lo manda a quel paese. Durante la notte una pattuglia tedesca ha ucciso un russo che non sapeva la parola d’ordine.Il tenente Cappellano don Cesare Coccolo mi chiede di riferirgli cosa vogliono i questuanti che ogni mattina si rivolgono a lui: mi domanda se desiderano chiarezza sul conflitto tra cattolicesimo e ortodossia, e mi dà una approfondita lezione sul Credo.

• Lunedì 02/02/1942, Gorlowka, Ucraina.
Visto che la Direzione dell’Ospedale mi vuol considerare partito per l'Italia e ha dato disposizioni di non prendermi in carico neanche per il vitto, ho prospettato la cosa al Cappellano, che mi ha assunto come interprete privato col compenso del solo alloggio. Il russo gli piace. Vado a mangiare dalla Nina per non morire. A servizio del tenente Cappellano, nel giro di tre giorni vengo conosciuto da tutta la povera gente di Gorlowka: “Jàscia qua e Jàscia là”. Per quanto son riuscito a capire, il loro obbiettivo non era quello di chiarire i punti critici della storia del Cristianesimo ma quello di trovar del pane o qualcos’altro da beccare. Il Cappellano don Cesare Coccolo si è dato subito da fare con i cuochi per risolvere il problema: una marmitta al giorno di minestrone veneto.


• Martedì 03/02/1942, Gorlowka, Ucraina.

Giungono notizie che l'imponente attacco russo di cui si parlava venti giorni fa, sia stato respinto. Adami, Venier ed io speriamo veramente ora di poter ripartire. Il sig. Capitano invece ci richiama a lavorare perché l'ospedale è stato letteralmente invaso da feriti e congelati d’ogni nazionalità. Suture, amputazioni, mani, piedi, ricostruzioni, gessi e trasfusioni. Pippo, Miro ed io lavoriamo vicini in una grande stanza che chiamano accettazione. Il ten. Dall'Acqua ci orienta su quello che dobbiamo eseguire caso per caso: noi siamo i barbieri e lui giustamente il Medico. Ma non è finita: sempre con Dall’Acqua vado la sera a casa di una donna che non riusciva a partorire. Camionetta, forcipe, sutura. Grossa emozione. La gente non sapeva come ringraziare l’ufficiale italiano: regalo del solito asciugamano lungo e stretto, ricamato con grazia. La madre della Nina, medico curante della donna, ha detto bravo anche a me che ho lavato il forcipe. Dormo in ospedale, in uno stanzino, ospite di Pippo. Bridge con gli Ufficiali. Certe ragazze tornate da Artiomosk, ricoverate per congelamenti, riferiscono che i russi hanno ancora in mano Grischino e la ferrovia per Dnjepropetrowsk.

• Mercoledì 04/02/1942, Gorlowka, Ucraina.
Scrivo a casa con la data del sei per le ragioni dianzi esposte. Oggi l'Ospedale ha ricevuto disposizioni dalla Divisione di tenerci pronti ad un eventuale ripiegamento. La madre di Nina che pare veramente preoccupata per noi, sostiene addirittura la tesi di un possibile arrivo in città delle truppe russe durante la notte e ci propone soluzioni impossibili che lei sarebbe disposta a mediare. Continuiamo a lavorare intensamente. Ci sono senza dubbio grossi scontri in giro. I portaferiti dei battaglioni accompagnano direttamente in ospedale i soldati fuori combattimento, senza chiamarci. Miro è stato incaricato dal sig. Capitano di mettere sui camion quanto non sia indispensabile ai feriti gravi, ai malati con febbre elevata e ai moribondi che non potrebbero in ogni caso partire. Marco, Miro, Pippo ed io chiediamo di restare con loro nel caso che l’ordine di ripiegare si concretizzi. Che Dio ci guardi! ! Preghiamo un attimo col Cappellano don Coccolo che vorrebbe restare anche con noi. Cristo, pietà! Fucilati ragazzi ebrei dai nostri amici?

• Giovedì 05/02/1942, Gorlowka, Ucraina.
Stasera sono d'ispezione col ten. Dall'Acqua. Situazione confusa. Il dottore è inquieto; io penso a casa, ai miei. Vorrei comunicare con loro, parlare, ma non è possibile. Mi preparo al peggio.

• Venerdì 06/02/1942, Gorlowka, Ucraina.
Di ora in ora cambiano le cose. Non si ripiega più: contrordine! Ci arriva una camionetta con trenta fucili e tre mitragliatrici Breda: dobbiamo preparare le squadre. Il sig. Capitano mi restituisce il pellicciotto lasciato alla partenza, mi riprende in forza e mi dà il comando della seconda squadra. A Marco e a Pippo la prima e la terza. Miro, quinto anno, resta a disposizione del sig. Capitano. Ora ci sentiamo in pace con la coscienza.“Però non ci voleva proprio adesso“ mi dice sottovoce Adami, che non è più rientrato al 24° Nucleo chirurgico nell’attesa di rimpatriare. Il sig. Capitano desidera anche intrattenersi con me, la sera, sui participi e sul gerundio della lingua russa: ma dai, che non ci serviranno! Speriamo anche che le nostre squadre non servano: ci mancherebbe del resto la preparazione per far qualcosa di serio. Cordialità. Un bridge con gli ufficiali in casa del sig. Capitano: “il diavolo non è poi così brutto come si dipinge”.

• Sabato 07/02/1942, Gorlowka, Ucraina.
Malinconia! Ho l'impressione che stiamo arrischiando la Siberia e speriamo che sia solo la Siberia. Siamo un po’ neri, specie Marco ed io.

• Domenica 08/02/1942, Gorlowka, Ucraina.
Santa Messa. Parole di preparazione e di confidenza in Dio del Tenente Cappellano don Cesare Coccolo

• Lunedì 09/02/1942, Gorlowka, Ucraina.
Il ten. Saccà m’invita a cena nella sua casa col ten. Dall'Acqua. Più tardi, con Miro Pianca e Pippo Biondo andiamo ad ascoltare canzoni russe suonate con la chitarra da Maria, amica di Nina. M’impegno con la grammatica e imparo un centinaio di vocaboli nuovi. Non mi serviranno!

• Martedì 10/02/1942, Gorlowka, Ucraina.
Mi sono fatto un signor bagno alle docce pubbliche di Gorlowka e ho definitivamente tolto i mutandoni lunghi di lana. Trovo Gigi Venier che ha telefonato in qualche posto dove aderisce: il pericolo di essere accerchiati non c'è più; le divisioni russe che si erano impossessate della stazione ferroviaria di Grischino sono state respinte da pronte formazioni germaniche mosse dal sud e la via per l'Italia è di nuovo aperta. Possiamo ritentare domani. Motivo questo di baldoria per me e Marco Adami in quanto Gigi Venier è un isolato di buona famiglia e viaggia per conto suo. Mi gira la testa. Vado subito dal sig. Capitano e lo saluto. Torno a salutare gli altri, ufficiali e soldati. Ancora lettere e soldi da portare. Con la mamma di Nina vado a trovare il bambino del forcipe. Miro, Pippo, il ten. Saccà ed io passiamo la sera da Nina Nikolajewna dove facciamo una grande festa per quelli che restano e per quelli che vanno, Lisa alla balalaica, Nina alla chitarra con qualche lacrima. Ultima partita a scacchi con Vascia. Finale di bridge. Leggo qualche appunto sul diario di Nina: che soffrirà con me se, dall'esito della guerra, capitassero complicazioni negative per l'Italia.
Beato te, mi dice, che lasci queste piramidi di carbone e questo freddo per il sole, il mare ed i monti del tuo Paese, dove la guerra non c'è.

Incarico speciale a Pippo di aver cura della mia posta, di rinviarmela in Italia, le lettere di casa in particolare, quelle di Anna Maria e le cartoline di Fiorenza. Gli raccomando, anche, Nina Nikolajewna.

• Mercoledì 11/02/1942, Jassinowataja, Ucraina.
Saluto il Tenente Cappellano don Cesare Coccolo che mi regala due pacchetti di Trestelle. Riprendo con Marco la slitta fino al posto di blocco di Gorlowka. Veniamo a sapere che alcuni ebrei sono stati fucilati ieri sera in periferia. Continuiamo veloci con una macchina tedesca fino a Jassinowataja. Soldati italiani col fucile a tracolla e civili russi sgombrano le strade dalla neve. Il lungo treno ospedale di Jassinowataja è in attesa di partire. Mentre sto per coricarmi in una baracca nei pressi della stazione, arriva Marco Adami ad avvertirmi che si va. Ci informiamo meglio e risulta che è solo un falso allarme. Ci accomodiamo entrambi nella baracca prima accennata, dove ci addormentiamo. Arrivano, scortati da carabinieri, alcuni soldati in manette che verranno condotti al tribunale militare di Dnjepropetrowsk. Loro vengono alloggiati subito in treno. Uno di essi, Frattini, è un sergente universitario e viaggerà con noi: sembra impazzito. Parte intanto il treno ospedale.

• Giovedì 12/02/1942, Jassinowataja, Ucraina.
Il nostro convoglio non si muove ancora. Stamane è giunto un altro treno dall'Italia con mille complementi. Adami ed io andiamo a salutarli. Con quattro bombe sulla stazione ci salutano anche i caccia sovietici. Una grossa paura, allungati sotto una carrozza. Cristo, pietà! E giù volantini per passare con l’Esercito Rosso, fin che siamo ancora in tempo! Fra qualche giorno, se Dio vuole non potremo farlo più. Poliziotti tedeschi allontanano alcune famiglie di civili che chiedono di salire sui treni per migrare.

• Venerdì 13/02/1942, Jassinowataja, Ucraina.
Abbiamo passato qualche ora in una casa presso la stazione o, meglio ancora, in vista del treno. Una graziosa ragazzina c’insegna l'ultima canzone:

“Utamliònnoie sòlnze
gnèzno s mòriem prosciàlos,
v étom ciàs prazviciàlos
slavà liubvì.”

“Sole morente,
che saluti con dolcezza il mare,
in quest’ora avevamo sussurrato
parole d’amore.”

Frattini ci racconta cose strane che non riusciamo a capire. Un tedesco ci esprime il suo pesante parere sulle SS, loro truppe d’assalto che sarebbero come i nostri Arditi del ’15-’18. Marco ed io, che desideriamo sempre più tornare a casa nostra, lasciamo la “cattiva compagnia” di Frattini e del camerata e riusciamo ad entrare in un vagone del treno dove dormiamo tranquilli, ma sempre a turno.

• Sabato 14/02/1942, Jassinowataja, Ucraina.
Finalmente partiamo con due brigadieri dei carabinieri in un vagone bestiame e con i soldati in manette: viaggio pessimo, scomodo e freddo. C’intratteniamo con un militare tedesco e con un civile ucraino. Il grosso rischio di venir catturati o di restare comunque in prigionia, sia pur in ospedale, sembra dissolversi. Nonostante la nostra disponibilità, questa speranza, che sta diventando certezza, ci allarga il cuore.

• Domenica 15/02/1942, Rasdori, Ucraina.
Attraversiamo in treno luoghi che non potrò mai dimenticare: Grissino soprattutto, Rasdori, Signelnikovo. Commozione!

• Lunedì 16/02/1942, Dnjepropetrowsk, Ucraina.
A mezzanotte Dnjepropetrowsk. Scesi dal treno siamo corsi subito al Comando tappa italiano pieni di sonno e di freddo per conoscere i programmi da seguire. Stupendo minestrone italico. Ci mettiamo a dormire a turno perché il treno non ci scappi durante la notte. Conosco al mattino il ten. Guido Fabbri, del battaglione Cervino (4° Alpini); sostiene che altri di Aosta sono con loro ma io non li posso cercare perché devo star attento al treno. Stupendi, attrezzati, vestiti con tute mimetiche di lana bianca, danno veramente l’idea della fierezza e dell’ardimento, gli Alpini del Cervino. Noi due, Vaselina, passiamo alla disinfezione presso l’apposito centro del Comando tappa. Incontriamo un avanguardista isolato di Roma che va in là a combattere per conto suo. Progredisce la pazzia di Frattini, sempre in manette.
Incontriamo Turchet che rientra all'826° dalla licenza per la morte della madre; a suo mezzo mando un biglietto a Nina Nikolajewna. Radio naia c’informa che un gruppo di ebrei è stato chiuso in un vagone ferroviario e dimenticati sul binario morto; saranno morti anche loro! Da quella volta di Tito e di Adriano con gli ebrei non è mai finita: nessuno li può vedere, né i tedeschi né i russi: devono averne combinate di cotte e di crude in questi ultimi duemila anni!

• Martedì 17/02/1942, Alexandrija, Ucraina.
Ho dormito male stanotte. Alle sette e mezzo, senza preavviso, come avevamo calcolato, il treno si muove. Superiamo Alexandrija. Verso sera, in un paese dove non ci sono più case, ma solo binari, prendiamo la zuppa calda di finocchi servita in gavetta da robuste valchirie. Sempre in carro bestiame, con temperature impossibili sembra proprio che la Russia ci voglia lasciare un ricordo piccante. Un poderoso alpino in tuta mimetica, dopo alcuni complimenti ad una delle ausiliarie germaniche, fa girare in aria un maresciallo di Brema che, pistola alla mano, aveva avuto l’ardire di redarguirlo con grida e frasi incomprensibili; Adami ed io ci siamo messi da parte fin che la giostra non è finita. Subito dopo abbiamo offerto da bere alla coppia fino a raggiungere l’eterna amicizia con i due avambracci incrociati. I tedeschi sono fatti così, gli alpini sono fatti colà e noi due, al confronto, si vede proprio che siamo della Vaselina.


• Mercoledì 18/02/1942,Alexandrija,Ucraina.
Prendiamo un altro treno diretto a Leopoli. Carico lo zaino e l’elmetto mi batte in testa per la terza volta: lo regalo al primo che passa. Lotta per salire: alcuni camerati desiderano star da soli nella carrozza riscaldata, senza mescolare le razze. Confortati dall'esempio dell'alpino di ieri, Marco Adami ed io mettiamo a bordo lo zaino e ci accomodiamo duri e larghi, come il 28 gennaio sulla slitta, al rientro da Jassinowataja. Da cui si evince definitivamente la verità di quel che t’insegnano a Padova alla festa delle matricole: cioè che “tutto quello che non si ottiene con l’intelligenza, si ottiene con la forza”. Alla stazione seguente son saliti dei ferrovieri tedeschi gentili coi quali abbiamo subito filato per far crepare gli altri. Ci hanno offerto della vodka e noi a loro le Trestelle del Cappellano. Anch'essi rientravano in Baviera dopo un anno di guerra; foto di mogli e di bambini. Mi trattengo a lungo con uno dei camerati, molto più anziano di noi, combattente della prima guerra mondiale. Era stato catturato sul Piave e portato in prigionia a Pracchia sull’Abetone; ha un ricordo superbo dell'Italia e parla toscano, bestemmie comprese. Mi mostra dei francobolli dell'Ucraina col volto di Hitler. Il paesaggio cambia mentre stiamo lasciando l'Ucraina. Stasera entreremo in Polonia.

• Venerdì 20/02/1942, Leopoli, Polonia.
Appena giorno vediamo la stazione di Leopoli: nella città, già invasa dai russi nel 1939, si notano ancora sui muri iscrizioni in cirillico e si parla con facilità l'italiano e il francese. Pare che in tempo di pace la vita scorra ricca e serena da queste parti. Anche adesso il tenore di vita appare sostenuto. Altra disinfezione su un treno ospedale tedesco. Ho dei brividi: mi compero delle aspirine in farmacia. Vado da un barbiere a tagliarmi i capelli. Dopo tanto, leggo sul frontone dell'Università un’iscrizione latina:

“Litteris et artibus”.

I tedeschi sono odiati a morte. Si vedono molte insegne in lingua italiana. Aspettando la partenza del treno per Cracovia ci rendiamo conto che la gente polacca non vede l'ora che la guerra finisca e che anche i tedeschi se ne vadano a casa loro: “Vrièmia bùget!” (verrà il momento!), mi sento dire da tutti, come fossi un vecchio compare.


• Sabato 21/02/1942, Cracovia, Polonia.
Arriviamo a Cracovia alle sette. Dopo aver depositato il sacco alla stazione, Marco ed io giriamo la città e visitiamo parecchi caffé. I polacchi sembrano molto affezionati a noi italiani; ci conoscono dalla divisa e ci fanno cenni graditi di saluto per la strada. Abbiamo incontrato anche un gruppetto d’italiani. Cambiate le ultime monete polacche con un aviatore germanico, pranziamo assieme a lui in un ristorante e ci salutiamo con un brindisi di birra; alle ventidue partiamo per Vienna. Tremo quando un treno mi passa vicino perché mi ricorda il fuoco della contraerea.

• Domenica 22/02/1942, Vienna, Austria.
Vienna! Par di essere a casa. Il viaggio peggiore, perché mancava il riscaldamento sul treno. Le ausiliarie austriache ci offrono il caffé alla stazione e ci scambiano per due finlandesi. Il Danubio gelato. Passeggiamo per gli eleganti caffé del centro per rifarci un po' della pregressa miseria. Entriamo nella cattedrale di Santo Stefano e ringraziamo Iddio. Andiamo al Prater: incontriamo molta cortesia.

• Lunedì 23/02/1942, Udine, Italia.

Partiamo al mattino per l’Italia! Le Alpi!

“Salve, cara Deo tellus sanctissima, salve!”

A Tarvisio nevica ma è tutta un’altra neve, a Udine piove ma è tutta un’altra pioggia.
Sigillati nel treno ci prelevano a gruppi con delle autolettighe come fossimo degli appestati. Pensavamo che centinaia di crocerossine ci attendessero: niente caffé, niente crocerossine. Ma siamo infinitamente felici e non vediamo l’ora di uscire da queste necessarie attese, per poter prendere contatto diretto con casa.

• Martedì 24/02/1942, Udine, Italia.
Disinfezione, visita medica, cambio di divise al posto di sosta Tomadini. Telefono a casa, alla signora Dall’Acqua ed alla mamma di Miro. Ho un po' di mal di pancia. Ci attende una buona mensa ed un buon letto.

• Giovedì 26/02/1942, Udine, Italia.
La prima visita che ricevo è quella di Pino Lollo, di Vittorio Veneto, mio compagno di castello alla Scuola Militare di Aosta. Mi ha raccontato cose sgradevoli sulla guerra in Montenegro. Imbuchiamo assieme tutte le lettere portate da Gorlowka. Non mi par vero di essere a casa. Perché Miro e Pippo non sono tornati con noi? Stasera Pino, Marco ed io andiamo al cinema assieme.

• Venerdì 27/02/1942, Udine, Italia.
Giochiamo a carte, a dadi, a scacchi per ingannare il tempo. Ho comprato grammatica e vocabolario russo e comincio a studiare. Oggi è il primo anniversario della mia chiamata alle armi. Ricevo un’altra visita da Pino Lollo che stasera parte per il corso allievi ufficiali di Bassano.

• Sabato 28/02/1942, Udine, Italia.
Finalmente abbraccio mio padre qui a Udine!

• Mercoledì 04/03/1942, Udine, Italia.
Vengono a trovarmi oggi Attilio Frassinelli e Beppino Petterle. Ho trovato in una libreria racconti e poesie russe in cirillico, con la traduzione a fronte e commenti grammaticali! Nostalgia dell’826° e di Nina Nikolajewna.

• Giovedì 12/03/1942, Vittorio Veneto, Italia.
Dopo aver firmato un inesplicabile numero di carte, giungo in permesso a Vittorio Veneto dove posso finalmente abbracciare a lungo mia mamma e la mamma di Miro.

• Venerdì 13/03/1942, Udine, Italia.
Partiamo la sera in treno da Udine diretti alla Scuola Allievi Ufficiali degli Alpini di Avellino. Quasi mille chilometri dalla casa che abbiamo tanto sognato; infatti, né a Bassano, né ad Aosta, né a L’Aquila c’era più posto per noi che venivamo dal freddo. L’abbiamo detto anche ad Umberto di Savoia, Principe di Piemonte, che è venuto alla Scuola per stringerci la mano.


FINE


MASERADA SUL PIAVE


SANTO NATALE 1994


La “Campagna” di Russia del Sergente Giacomo Bruno Di Daniel

In Rosso l’andata

In Blu il ritorno

NB: Nel testo sono stati usati i nomi delle città tradotti dal cirillico in lingua tedesca (come peraltro erano le mappe usate allora) prendendo spunto dal “Grande Atlante Geografico Stieler del 1913.

BIOGRAFIA DELL’AUTORE

DI DANIEL GIACOMO BRUNO, detto “Jack” è nato a Vittorio Veneto (Treviso), il 24/10/1921 da Sante Luigi Di Daniel, classe 1891 di Claut (Pordenone), portalettere (fante nella guerra Italo - Turca a Tripoli e nella Prima Guerra Mondiale nell’Altopiano di Asiago ed a Trento) e da De Luca Lucia, classe 1899 di Vittorio veneto (Treviso), casalinga.
• Ha frequentato Aosta nel 1941 la Scuola Centrale Militare di Alpinismo, Battaglione Universitario “Duca degli Abruzzi, Terza Compagnia, la più migliore.
• Sergente il 03.07.1941
• Assegnato all’Ospedale Militare di Udine perché studente in medicina, parte volontario per il fronte russo a raggiungere l’826° Ospedale da Campo della Divisione Pasubio del C.S.I.R. il 25.07.1941.
• Rimpatriato il 10.03.1942 per completare il Corso Allievi Ufficiali degli Alpini alla Scuola Militare di Avellino, viene trasferito a Padova per avvicinamento alla sede universitaria.
• Congedato il 16.05.1943.
• Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Padova nel 1946.
• Specializzato in Pediatria presso l’Università degli Studi di Firenze nel Luglio 1950.
• Croce al Merito di Guerra Concessa il 01/09/1950.
• Medico Condotto ed Ufficiale Sanitario del Comune di Cappella Maggiore (Treviso) dal 1955 al 1963.
• Fondatore e Capogruppo del Gruppo A.N.A di Cappella Maggiore (Treviso) nel 1955.
• Medico Condotto ed Ufficiale Sanitario del Comune di Maserada sul Piave (Treviso) dal 1963 al 1990. Tra le varie iniziative, da segnalare la medicina scolastica preventiva, le campagne vaccinali antipertosse ed antitetano (allora non obbligatorie), il controllo della TBC, allora molto diffusa, con schermografie eseguite personalmente in studio su larghe fasce della popolazione, l’ordinanza sull’obbligo di progettare le nuove case nel territorio comunale con bagni interni e con il garage.
• Fondatore della Sezione A.V.I.S di Maserada sul Piave (Treviso) nel 1963.
• Medaglia d’Oro concessa il 15.09.1965 dal Medico Provinciale di Treviso “con caloroso elogio a riconoscimento della preziosa collaborazione e le solerti soluzioni prestate in occasione della prima campagna di vaccinazione antipoliomielitica con vaccino Sabin”. Maserada infatti è stata uno dei primi 50 comuni d’Italia ad aver portato la protezione antipolio della sua popolazione al 100%.
• Medaglia d’Argento al Merito Civico con Encomio Solenne concessa dal Consiglio Comunale di Maserada sul Piave il 04.11.1967, “vivamente grato per la dimostrazione di perizia e senso del dovere manifestata nell’organizzazione del servizio medico e per l’assidua ed attenta opera prestata a salvaguardia dei cittadini colpiti dalla disastrosa alluvione del Fiume Piave del 4 Novembre 1966”.
• Specializzato in Odontoiatria presso l’Università degli Studi di Padova nel Novembre 1970.
• Medaglia d’Oro concessa dal Consiglio dell’A.V.I.S di Maserada sul Piave il 24.10.1973 in qualità di socio fondatore nel decennale della fondazione.
• Fondatore della Sezione A.I.D.O di Maserada sul Piave (Treviso) nel 1974.
• Diploma al Merito Civico rilasciato dal Ministro dell’Interno il 03.12.1986 per il comportamento tenuto in occasione di un grave incidente stradale avvenuto nel comune di Maserada sul Piave il 1 ottobre 1984 che ha coinvolto una corriera e dove sono deceduti sette ragazzi.
• Cavaliere della Repubblica con decreto del Presidente della Repubblica in data 02.06.1993.
• Il 07/07/2003 è stato insignito del premio “Il Sasso del Piave”, premio concesso dal consiglio Comunale di Maserada sul Piave ai suoi concittadini più illustri.

Nel 1956 ha sposato Margherita Marinelli. Ha avuto tre figli ed ora ha anche quattro splendidi nipoti.

Attualmente fa il nonno tranquillo a Maserada sul Piave (Treviso) in Vicolo Trevisana 2, tel. 0422778352, 3497769021, e-mail: brunodidaniel@gmail.com.


Segue l’ordine del giorno del Generale Messe,
Comandante dello C.S.I.R.,
datato 09/05/1942:



COMMENTI

Quello che racconti nel diario mi è già stato dato, dalla tua viva voce, in questi lunghi anni vissuti assieme.
Tuttavia dalle tue pagine esce ancora un profumo lontano di amore e di fedeltà.

Maserada, 25/12/1994 Ruggero Michieli

Bello il tuo diario:
conserva un sapore di fogli scritti sulle ginocchia.
Ti abbraccio

Vigonovo, 27 dicembre 1994 Nilo Pes


Apprezzo nel tuo diario
il valore della testimonianza immediata,
fortemente aderente al vissuto,
intessuta di fine senso dello humor,
sorretta da un positivo rapporto coi valori dell’amicizia, della generosità
ed animata dalla voglia di vivere,
comune ai giovani di tutte le epoche.
Merita una veste tipografica opportuna.
Simpatico l’incontro con Soldera.
Con amicizia

Maserada, 9 febbraio 1995 Guido Facchin

La redazione di www.maserada.com ringrazia il Dott. Bruno Di Daniel per la concessione alla pubblicazione e la collaborazione
20 Novembre 2007 Italo Coglievina

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